La privacy del debitore nel recupero crediti [Commento 3]

  • vitaliano d'angerio 18 luglio 2009 at 15:48

    Una rata del frigorifero saltata. O, peggio ancora, quella del mutuo. In un recente passato il destino era già scritto: il nome del debitore inadempiente finiva diritto in una delle tante banche dati burocraticamente note come «sistemi di informazioni creditizie». Cervelloni elettronici a cui si collegano banche, finanziarie, intermediari e gli stessi privati per valutare affidabilità e solvibilità della controparte. Per un ritardato pagamento, benché sanato, si poteva restare incagliati fino a cinque anni nella «ragnatela di archivi», come li ha definiti il garante della privacy nell'ultima relazione presentata giovedì 2 luglio.

    Questo fino al 2005. Poi la svolta. Nelle banche dati le informazioni sui debitori inadempienti ci finiscono lo stesso. Ma ora i limiti e i paletti sono tanti, soprattutto temporali, e sono stati fissati in un codice deontologico promosso dal garante della privacy e siglato da una sfilza di associazioni di categoria e di consumatori: di fatto è applicato da tutti i protagonisti del settore. Paletti di cui c'è bisogno visto che, nonostante le rassicurazioni dell'Abi (l'associazione dell banche che ha sottoscritto il codice) sui debiti finanziari delle famiglie italiane, la crisi economica rischia di intaccare tanti portafogli della penisola.

    Ecco dunque le modalità di inserimento dei dati. Innanzitutto le nuove regole sui sistemi di informazioni creditizie hanno differenziato la gravità degli eventi e, di conseguenza, i periodi temporali di conservazione delle informazioni. Infatti le notizie sui pagamenti non rispettati, ma successivamente regolarizzati, possono essere conservate un anno per i ritardi non superiori a due rate o altrettanti mesi; se lo sforamento temporale dei versamenti è superiore, gli anni di banca dati raddoppiano (e diventano due). Ci sono poi i debitori che non regolarizzano più: a quel punto nel cervellone si resta per tre anni dalla scadenza del contratto o dalla data successiva in cui, per altri motivi, è cessato il rapporto (si è trovato ad esempio un accordo sul rimborso). Questi i tempi di uscita. Però anche «l'entrata» ha dei filtri temporali, proprio per evitare iscrizioni frettolose. E qui c'è un'altra differenza da fare: vi sono banche dati con informazioni soltanto negative (ritardi o mancati pagamenti). Vi sono poi strutture informatiche che assemblano notizie negative e positive: in quest'ultimo caso, sono spesso gli stessi consumatori interessati all'inserimento; in particolare, coloro che non hanno garanzie da fornire ma che possono dimostrare di essere dei debitori affidabili. Sta di fatto che per i primi (notizie solo negative) l'inserimento delle informazioni relative al «primo ritardo» potranno essere comunicate alle banche dati dopo almeno 120 giorni dalla data di scadenza del pagamento o in caso di quattro rate mensili non regolarizzate. Invece i giorni si riducono a 60 (o due rate mensili) in caso di archivi che assemblano notizie buone e cattive.

    Da ricordare che prima di essere inseriti nelle banche dati creditizie, il debitore deve essere avvisato e ha la possibilità di far valere notizie a lui favorevoli. Inoltre agli archivi elettronici, non possono accedere le società di recupero crediti, e le notizie contenute in tali cervelloni non possono essere usate da società di marketing o di vendita diretta di prodotti.

    Il codice deontologico entrato in vigore nel 2005 ha rallentato il numero di ricorsi al garante sulla privacy nei confronti dei sistemi di informazioni creditizie (28 nel 2007 contro i 26 del 2008). Più in generale sono in calo pure le semplici segnalazioni come si legge nel documento: «Sono diminuiti reclami e segnalazioni in materia di trattamento dei dati da parte dei sistemi di informazione creditizia. La tendenza è riconducibile all'adozione del codice di deontologia del settore». Tutto a posto quindi? No, perché ci sono ancora dei casi, anche molto gravi, segnalati nella relazione del garante. Ma rispetto al passato, qualcosa è cambiato.

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