La lezione del caso Inter-Domenico Brescia

Forse si tratta della solita macchinazione ordita dallo juventino Moggi e da quelli della Gea...

Fatto sta che un gruppo di atleti simbolo dello sport nazionale, pluri-scudettati ed alcuni addirittura campioni del mondo (quasi una Istituzione) sono stati esposti alla pubblica gogna da articoli pubblicati dal Corriere della Sera e da La Repubblica, per fatti penalmente inconsistenti e giuridicamente irrilevanti.

L'unica grande consolazione è che l'articolo su Repubblica non è firmato. E, dunque, non è stato certamente scritto da Giuseppe D'avanzo. Lui, ne sono sicura, non avrebbe mai scritto, nè pubblicato, un articolo del genere.

Ma in ogni caso è utile è utile ragionare sul «caso Inter-Domenico Brescia». E - ancora una volta - sul giornalismo d'informazione, sulle "agenzie del risentimento", sull'atteggiamento anti-Inter.

Ad alcuni ascoltatori innocenti, purtroppo, le trascrizioni di occasionali conversazioni telefoniche con un pregiudicato (comunque in attesa di giudizio in Cassazione per i reati più gravi), l'emergere di un rapporto professionale e di amicizia (questo Brescia pare sia il sarto di Mancini) lontano nel tempo - e non si sa quanto consapevole -bastano per convincersi che un'intera squadra, quella dell'iInter, sia in odore di mafia.

Che il nostro sport più amato, il calcio, sia destinato a essere governato (sia governato) e frequentato da delinquenti.

Se si ricordano queste circostanze (emergono da atti giudiziari, trascrizioni di conversazioni telefoniche) è per dimostrare quanto possono essere sfuggenti e sdrucciolevoli "i fatti" quando sono proposti a un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca.

E' un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce «giornalismo d'informazione».

Se dei legami dubbi di Mancio e company non si è mai parlato non è per ottusità, opportunismo o codardia né, come dice spensieratamente qualcuno, perché l'agenda delle notizie è dettata dallo sport ai giornali (a tutti i giornali?). Non se n'è mai parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun - ulteriore e decisivo - elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza.

Che è questo.

Domenico Brescia è amico da trent'anni di giocatori dell'Inter, frequenta abitualmente, se non quotidianamente, la Pinetina, veste diversi giocatori e l'allenatore Roberto Mancini, ma non ha mai avuto rapporti illeciti con alcuno di essi.

E allora?

La sincerità implica semplicemente che le persone dicano ciò che credono sia vero. Vale a dire, ciò che credono. La precisione implica cura, affidabilità, ricerca nello scovare la verità, nel credere a essa. Il "giornalismo dei fatti" ha un metodo condiviso per acquisire la verità possibile. Contesti, nessi rigorosi, fonti plurime e verificate e anche così, più che la verità, spesso, si riesce a capire soltanto dov'è la menzogna e, quando va bene, si può ripetere con Camus: «Non abbiamo mentito» (lo ha ricordato recentemente Claudio Magris).

Si può allora dire che i giornalisti del Corriere e di Repubblica che hanno pubblicato queste trascrizioni senza nessuna valenza giudiziaria e penale siano sinceri con quel scrivono ed insinceri con chi li ascolta.

Dicono quel che credono e bluffano sulla completezza dei «fatti» che dovrebbero sostenere le loro convinzioni da tifosi di calcio.

Non è giornalismo d'informazione, come si autocertifica. E' , nella peggiore tradizione italiana, giornalismo da tifoseria, da "bar dello sport" che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore.

Nella radicalità dei conflitti sportivi, questo tipo di scaltra informazione veste i panni dell'asettico, neutrale watchdog - di "cane da guardia" dei poteri («Io racconto solo fatti») - per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria (sì, secondo me quelli del Corriere e di Repubblica sono juventini o milanisti) anche quando consapevolmente presenta come "fatti" ciò che "fatti", nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di non considerare "fatti" quel che potrebbero accusare più di d'un malcapitato).

L'operazione è ancora più insidiosa quando si eleva a routine. Diventata abitudine e criterio, avvelena costantemente il metabolismo sociale e sportivo nutrendolo con un risentimento anti-interista che frantuma ogni legame pubblico e civismo come se non ci fosse più alcuna possibilità di tenere insieme interessi, destini, futuro («Se anche la prima squadra di calcio italiana è oggi un'associazione a delinquere~»). E' un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde. E' un sistema che indebolisce lo sport. Che attribuisce abitualmente all'avversario di turno (siano essi interisti, juventini, milanisti o romanisti, li si sceglie a mano libera) un'abusiva occupazione del potere sportivo e un'opacità morale.

Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste "agenzie del risentimento" lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia dello sport e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in tattica, preparazione sportiva, elaborazioni di strategie in attacco e in difesa, investimenti nel settore giovanile.

Trasformano in qualunquismo anti-interista una sana, urgente, necessaria critica alla classe dirigente calcistico-sportiva.

Nel «caso Inter-Domenico Brescia» non si può stare dalla parte di nessuno degli antagonisti. Non con chi pubblica articoli che violano la privacy e che nessuna consistenza penale hanno, con chi confonde le carte ed è insincero con i tanti che, in buona fede, gli concedono fiducia.

Non con Mancini ed altri giocatori interisti che hanno avuto la colpa di farsi cucire un abito dal Brescia, senza farsi prima presentare la fedina penale dal sarto.

In questa storia, si può stare soltanto con i lettori/spettatori e, soprattutto con i tifosi interisti, che meritano, a fronte delle miopie, opacità, errori, inadeguatezze della classe dirigente, un'informazione almeno esplicita nel metodo e trasparente nelle intenzioni.

Insomma sembra proprio che Giuseppe D'Avanzo faccia parte di una specie giornalistica in via d'estinzione... ;)

I suoi colleghi di Repubblica e del Corriere si comportano come Marco Travaglio ... La lezione impartita da questo giornalista (D'Avanzo) "pacatamente e serenamente" non è stata proprio capita. Male, molto male!

P.S: qui è voluto soltanto ragionare senza ipocrisie su un metodo giornalistico che, con niente o poco, può distruggere la reputazione di chiunque. E' un memento a tutti i giornalisti ad usare con prudenza, armati di niente o poco, la parola "verità" .

Complimenti per il temine "Memento" ;)

15 maggio 2008 · Patrizio Oliva

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  • karalis 16 maggio 2008 at 06:48

    Questo articolo aveva tutt'altra finalità che quella di schierarsi fra opposte fazioni di tifoseria.

    Si tratta infatti di una riscrittura - che voleva essere ironica senza peraltro riuscirvi, in chiave sportiva e partendo da un episodio casuale (le intercettazioni telefoniche di Mancini ed altri) - di un articolo comparso giorni fa sul quotidiano La Repubblica, con i contenuti del quale non ero assolutamente d'accordo.

    Evidentemente, però, non sono stata sufficientemente esplicita, sicchè alcuni lettori hanno ritenuto di postare commenti sui fatti specifici.

    Mi scuso per l'equivoco ed, ovviamente, per la successiva cancellazione di quei commentic he, in virtù di quanto spiegato, e per esclusiva mia responsabilità, non risultavano affatto pertinenti.