Kiva, il microcredito P2P tra banca e social network - presti 25 dollari e avvii un'impresa

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Un tanzaniano che presta soldi a un peruviano, che a sua volta li presta a un'indiana che spera di raccoglierne abbastanza per avviare una piccola sartoria di villaggio. Che cos'hanno in comune? Sono tutti membri di Kiva.org, uno dei primi, e più efficaci, social network per il prestito P2P, tra pari. Un sito che dimostra che non tutta la finanza internazionale è in crisi e che anzi quando si viene alla gestione del credito, oggi piccolo e autogestito è bello.

Emanazione diretta delle teorie del premio Nobel per l'economia Muhammad Yunus e dell'operato della Grameen Bank, Kiva può essere considerata come una sorta di borsa online del microcredito. Un luogo al di fuori del sistema bancario tradizionale dove creditori e debitori si incontrano per scambiarsi orizzontalmente risorse economiche e incoraggiamento. I membri del network pubblicano i loro progetti sul sito di Kiva e i prestatori seguono il loro sviluppo attraverso un diario internet. Nella maggior parte dei casi, si tratta di imprenditori che chiedono un prestito che può andare dalle poche centinaia a qualche migliaio di dollari. Coloro che vogliono aiutarli a realizzare il loro sogno - perché molto spesso proprio di questi si tratta - possono prestargli contanti, versando 25 dollari ciascuno. Non molto si dirà ma per una bangladeshi che, facendosela prestare dall'usuraio del villaggio, sulla stessa cifra avrebbe pagato oltre il 300 per cento di interesse, rischiando inoltre di finire in schiavitù quando non è in grado di ripagare in tempo, i piccoli prestiti rappresentano una via praticabile verso l'affrancamento da un circolo vizioso di coercizione economica e povertà cronica.

E pensare che quando avevano lanciato l'idea, Matt e Jessica Flannery, due lavoratori della catena di montaggio digitale che fa girare le ruote di San Francisco e della Silicon Valley (programmatore a TiVo lui, Master in business administration con puntate ad Amazon e al Center for Social Innovation di Stanford lei), s'erano sentiti dire che stavano perdendo tempo. Che nessuno li avrebbe finanziati o che nessuno avvrebbe mai prestato denaro online ai poveri dei paesi emergenti.

"Alcuni amici avvocati ci dissero addirittura che saremmo finiti nelle maglie della FED perché stavamo violando le leggi federali", racconta Premal Shah, presidente di Kiva e uno dei primi uomini di PayPal, "E così, piuttosto che sfidare le ire di Bernanke preferimmo limitarci ad apire linee di credito solo per i cittadini dei paesi emergenti".

Ma 270 mila membri e 40 mila prestiti devoluti dopo, Kiva non solo è diventato uno dei siti più in voga del web, un luogo dove tutti vogliono recarsi per fare del bene al terzo mondo, ma ha attirato anche l'attenzione dei maggiori pensatori progressisti statiunitensi. A cominciare dall'ex presidente Bill Clinton, che l'ha voluta nella sua inziativa globale contro la povertà, per finire con i vertici di Momentum 2008, uno dei maggiori incontri periodici dell'intellighenzia di sinistra statunitense che, al suo recente convegno di San Francisco, ha riservato ovazioni degne delle rockstar ai rappresentanti di Kiva.

Oggi Kiva cresce al ritmo di oltre ottomila prestatori alla settimana, finanzia 2500 progetti (di cui 550 vengono in media ripagati ogni settimana); i ranghi dei richiedenti nuovi prestiti si infoltiscono di 1500 aderenti. E contrariamente alle altre istituzioni finanziarie, come le casse di risparmio che al ricevente fanno sempre pagare una serie di tariffe per l'originazione del credito, i capitali affidati a Kiva arrivano al destinatario nella loro "interezza".
"Siamo una non profit che dipende molto dal volontariato e dalla carità degli utenti", afferma Shah. Ogni prestito ha un costo medio di gestione di 2,50 dollari, ma l'amministrazione del sito, anziché detrarlo al richiedente, invita il prestatore a versare la cifra come sottoscrizione. "Può sembrare incredibile ma oltre il 70 per cento dei prestatori, seppure non siano obbligati a farlo, sceglie di donare anche di più", aggiunge Shah.

Non tutto è sempre andato per il meglio, però. La fase iniziale di Kiva è passata attraverso un buon numero di problemi. "Primo tra tutti quello della scelta dei partner che dovevano garantire il microcredito nei paesi nei quali andavamo a realizzare i prestiti", racconta Matt Flannery, "Alcune non profit africane erano una mera emanazione personale di leader locali che avevano un'idea abbastanza diversa di cosa significa fare un prestito, a chi farlo e come bisogna ripagarlo".

Il battesimo africano di Kiva aveva quasi fatto svanire il sogno di costruire una centrale mondiale del microcredito, ma oggi, dopo aver sviluppato un nuovo sistema per stabilire le partnership, un centinaio in giro per il mondo, il sito è presente in 40 paesi. Il suo successo è tale che il mensile di finanza Forbes l'ha definito l'eBay del microcredito, un sito che esprime uno spirito aziendale che incrocia l'aggressività di Google con la creatività di Bono. Oprah Winfrey, la maggiore intrattenitrice afro-americana degli Stati Uniti, gli ha addirittura dedicato uno speciale lanciandola nel firmamento delle organizzazioni caritatevoli mondiali a fianco di Catholic Relief Services, CARE e Oxfam. Col tempo sono pure arrivate le imitazioni.

La stessa eBay l'anno scorso ha lanciato MicroPlace https://www.microplace.com , un sito per il microprestito, mentre NamasteDirect e MicroEnetrprises, seppure fondate nel 2005, solo quest'anno si sono investite pesantemente nel web. Intanto Kiva, che garantisce un ritorno del 22 per cento sui suoi prestiti, si sta preparando a sbarcare negli USA, dove con quasi 40 milioni di poveri - gran parte in aree urbane e nel sud del paese - la popolazione indigente che potrebbe usare gli strumenti del microcredito per sollevarsi dalla miseria non manca certamente. "E così in breve potrà anche accadere che un povero del Malawi presterà dei soldi ad uno della Louisiana", sogna Premal.

nella foto Il presidente di Kiva, Premal Shah, e il cofondatore Matt Flannery

L'articolo è di Paolo Pontoniere da La Repubblica.it

31 luglio 2008 · Antonio Scognamiglio

Commenti e domande dei lettori

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  • Cesare Nistri 5 agosto 2008 at 12:27

    Molto interessante!!!!!!!!!!!! Spero di riuscire a parlarne anche nel mio blog.