IL PRESUPPOSTO DELL'IRAP

Il presupposto oggettivo dell'Irap è, in linea generale, individuato nel valore aggiunto derivante dall'esercizio di un'attività autonomamente organizzata per la produzione di beni e/o di servizi.

Il legislatore ha voluto porre l'enfasi sul profilo della "produzione" quale risultato dell'attività di organizzazione: questo è il presupposto del tributo; prima che il valore aggiunto generato dalla produzione, purché di segno positivo, possa essere eventualmente e successivamente "inquinato" dal risultato economico extra-produzione.

Secondo questa logica, la ricchezza è chiamata alla contribuzione direttamente presso il soggetto generatore, a prescindere dalla sua  (ulteriore) tassazione in capo ai rispettivi destinatari, dopo che ad essi sia stata distribuita (sotto forma di profitto, salari e interessi).

L'attenzione al profilo della produzione, a prescindere quindi dal risultato economico finale, è altresì tale da consentire di ricomprendere nel novero dei soggetti passivi anche coloro che non hanno finalità lucrative, purché creino comunque un valore aggiunto destinato a remunerare anche solo alcuni fattori produttivi (es. lavoro).

Il presupposto dell'Irap tende dunque a colpire un novero di attività piuttosto eterogenee  fra loro (attività d'impresa, sia commerciale, sia agricola, arti e professioni, attività di erogazione di servizi non commerciali, prestazione di servizi istituzionali): soggetti passivi di imposta in quanto autonomamente organizzati e in grado di palesare una qualche capacità contributiva, a prescindere dalla redditività.

Il valore aggiunto della produzione, quale oggetto immediato del tributo, rappresenta pertanto la grandezza attraverso la quale è possibile in qualche modo misurare ed esprimere il requisito dell'organizzazione produttiva.

È il "dominio sui fattori della produzione" che risulta di per se stesso rilevante e che, in definitiva, rappresenta il vero presupposto del tributo.

Sempre con riferimento al profilo oggettivo del presupposto, osserviamo che il riferimento all'attività organizzata è stato solo successivamente colorato dell'avverbio "autonomamente", non presente nell'originaria stesura dell'articolo 2 del decreto delegato. Probabilmente il mancato riferimento al requisito dell'organizzazione, pur previsto nella legge di delega, nell'originaria versione dell'articolo 2 era stato ritenuto implicito nel concetto di "esercizio abituale di attività".

Tuttavia, l'aggiunta nell'articolo 2 della locuzione "autonomamente organizzata" probabilmente sottende un mutamento di prospettiva rispetto alla versione originaria, svalutativa del profilo organizzativo.

Tale rivalutazione del profilo organizzativo, essenziale ai fini dell'integrazione del presupposto d'imposta, sembra trovare l'avallo della stessa Corte Costituzionale,  laddove, nella nota sentenza numero 156/2001, seppur non senza contraddizioni, tende ad ipotizzare "l'inapplicabilità dell'imposta", anche se solo, riguardo a quelle attività professionali svolte in assenza di elementi di organizzazione, in tal caso risultando "mancante il presupposto stesso dell'imposta sulle attività produttive, per l'appunto rappresentato, secondo l'articolo 2, dall'esercizio abituale di un'attività autonomamente organizzata (…)".

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