L'anatocismo bancario

Dietro il termine "anatocismo bancario" si nasconde un altro scherzetto praticato dalle banche fino a qualche anno fa. L'anatocismo è una prassi commerciale per cui il creditore che deve avere un tanto in quota capitale e un tanto in quota interessi, capitalizza i secondi, i quali, da quel momento, cominceranno a produrre interessi. Insomma, si tratta di interessi che producono interessi. La prassi non è vietata dalla legge italiana ma le banche erano riuscite a trovare il sistema - astuto quanto diabolico - per spremere il correntista oltre il livello, pur notevole, consentito dal codice civile. Sull'estratto conto del correntista vi è la parte in cui quest’ultimo deve avere una remunerazione dalla banca per i soldi in giacenza, sotto forma di un tasso di interesse concordato e una parte in cui egli deve dare dei soldi alla banca perché il conto è andato in rosso (cioè, la banca ha anticipato dei soldi al correntista). Ora le banche calcolavano e liquidavano una volta all'anno le remunerazioni da dare al correntista, mentre quelle da percepire erano calcolate e liquidate trimestralmente, in modo da poter essere capitalizzate quattro volte in un anno solare.

É chiaro che in questo modo, le banche riuscivano ad incassare una somma maggiore, perché attribuivano al correntista debitore gli interessi per un trimestre e da quel trimestre quegli interessi producevano altri interessi passivi, mentre quando si trattava di retribuire il correntista, gli interessi erano calcolati annualmente, senza possibilità di capitalizzarli. Questa scandalosa disparità di trattamento fra se stessi e il proprio cliente è stata giustamente vietata dalla legge. Oggi le banche devono calcolare e liquidare interessi passivi e attivi nello stesso periodo di tempo, sia esso trimestrale o annuale.

I furbetti del quartierino risiedono molto spesso nei consigli di amministrazione delle banche, nelle direzioni di filiale, sono assisi dietro una scrivania a dare consigli interessati alla propria clientela. Secondo alcuni studiosi dei mercati finanziari, il conflitto di interesse dei banchieri e dei propri dipendenti inficia alla base il lavoro di consulenza.

In altri termini, il consulente di una qualsiasi banca non sarebbe mai in grado di offrire un consiglio avendo come fine la sola massimizzazione dei guadagni del proprio cliente. E, di fronte alla scelta secca di far perdere soldi al cliente e incassare una lauta commissione e non guadagnare nulla per non danneggiare il cliente, il consulente sceglierebbe sempre la prima opzione. Ne sono una dimostrazione i continui interventi legislativi, come la recente legge Mifid del settembre del 2007, che recepisce nel nostro Paese una direttiva europea, che tendono a porre dei paletti all'azione informativa delle banche e delle società finanziarie in materia di investimenti.

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il potere delle banche – come spremere il correntista senza rischiare nulla

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