La dichiarazione di quantità dell'istituto di credito nel pignoramento del conto corrente

Il tenore letterale della norma   prescrive che il terzo deve specificare di quali cose o di quali somme "è" debitore o "si trova" in possesso.

Orbene la giurisprudenza afferma  che il credito deve esistere al momento della dichiarazione resa  (l'articolo 547, comma 1°, codice di procedura civile richiede che il terzo indichi, al momento della dichiarazione, “di quali somme è debitore”) a mezzo raccomandata a/r (nei casi ammissibili )  ovvero in udienza  o,  al più tardi, in caso di dichiarazione negativa,  al  momento  della pronuncia della successiva sentenza  resa a seguito del giudizio di accertamento dell'obbligo del terzo ex  articolo 549 (cfr. Cass. Civ. 15615 del 26.07.2005, Cass. Civ. numero 6245  del 24.11.1980, Cass. Civ. numero 13021 del 09.12.92).

Si pone dunque il problema,  non di scarso rilievo,  di accertare se,  ed in che modo,  le vicende intercorse medio tempore,  e che interessano il rapporto di conto corrente bancario,  incidono o possono incidere sulla dichiarazione resa dalla banca.

Si ritiene che la banca possa integrare e/o modificare la dichiarazione resa, eventualmente in forma scritta,  anche in udienza, con rettifica a posteriori della stessa.

Va da se che le  modifiche in melius, eventualmente per rappresentare al creditore la sopravvenuta  esistenza  di crediti,  inesistenti all'atto del pignoramento del conto corrente,  non possono che favorire il creditore procedente e sono pertanto perfettamente ammissibili.  Problemi, invece,  si pongono laddove la dichiarazione sia modificativa in peius, come nel caso in cui la banca renda una dichiarazione in rettifica con cui precisa che non vi sono somme sufficienti a coprire il debito o addirittura che il saldo conto è pari a zero,  e dunque revochi la dichiarazione “positiva” precedentemente  resa.

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