Quando il cliente con un accordo transattivo porta a casa più di quanto richiesto con la domanda giudiziale

Capita però che, inaspettatamente, il cliente porti a casa un accordo transattivo con la controparte, ottenendo, a chiusura della lite, un importo molto più elevato di quello, presunto, che era stato richiesto nella domanda giudiziale.

Apriti cielo! L'avvocato ricorre fino alla Corte Suprema, per vedersi riconoscere il diritto ad un onorario stabilito non secondo i canoni fissati dal CNF, ma, udite, udite, in percentuale al valore effettivo della causa. Insomma, proprio secondo quello che era l'obiettivo, prima che fosse snaturato dal CNF, del patto di quota lite introdotto da Bersani con le liberalizzazioni del 2006 (le famose lenzuolate).

Ed allora, tutte le ipocrite prediche del tipo il divieto del patto di quota lite tra l'avvocato e cliente trova il suo fondamento nell'esigenza di tutelare l'interesse del cliente e la dignità e la moralità della professione forense, che risulterebbe pregiudicata tutte le volte in cui, nella pattuizione del compenso, risultasse ravvisabile la partecipazione del professionista agli interessi economici finali ed esterni alla prestazione, giudiziale o stragiudiziale, che gli viene richiesta?

E' evidente che la tanto declamata dignità e moralità della professione forense vale solo quando c'è la possibilità di prendere legnate in giudizio (spesso proprio per l'incompetenza dell'avvocato) ma si può metterla disinvoltamente da parte quando le cose sono andate più che bene per il cliente.

E neanche l'obiezione del solito, fine, azzeccagarbugli, sulla circostanza che nel caso in esame si trattasse di una transazione stragiudiziale e non del quantum stabilito dal giudice in favore del cliente, può servire. Il CNF ha sempre rimarcato che il compenso dell'avvocato non può essere correlato a quanto al cliente possa essere effettivamente riconosciuto, sia in fase giudiziale che stragiudiziale.

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