Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto negli ultimi otto anni di prosperità del 22 per cento

Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto negli ultimi otto anni - anni di apparente prosperità senza precedenti- del 22 per cento. L'ammontare totale dei prestiti su carta di credito non pagati è cresciuto del 15%. E , cosa forse più minacciosa, il debito complessivo degli studenti universitari, la futura élite politica, economica e spirituale della nazione, è raddoppiato. L'insegnamento dell'arte di "vivere indebitati", per sempre, è ormai inserito nei programmi scolastici nazionali... Si è arrivati a una situazione molto simile in Gran Bretagna. Il resto dei Paesi europei segue a non grande distacco. Il pianeta bancario è a corto di terre vergini avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile.

La reazione finora, per quanto possa apparire imponente e addirittura rivoluzionaria per come emerge dai titoli dei media e dalle dichiarazioni dei politici, è stata la solita : il tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente in grado di ricevere credito, così il business di prestare e prendere in prestito, dell'indebitarsi e mantenersi indebitato, potrebbe tornare alla "normalità". Il welfare state per i ricchi (che a differenza del suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori servizio) è stato riportato in vetrina dopo essere stato temporaneamente relegato nel retrobottega per evitare invidiosi paragoni. Lo Stato ha nuovamente flesso in pubblico muscoli a lungo rimasti inattivi, stavolta al fine di proseguire il gioco che rende questo esercizio ingrato ma, abominevole a dirsi, inevitabile; un gioco che stranamente non sopporta che lo Stato fletta i muscoli, ma non può sopravvivere senza.

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  • Marco Conti 8 ottobre 2008 at 15:31

    Costerà 1500 miliardi di dollari la più grande crisi finanziaria di tutti i tempi. Una cifra astronomica che per qualche esperto potrebbe anche peccare in difetto. Una massa di denaro che sta paralizzando la finanza mondiale e mandando in crisi le economie. Malgrado i titoli dei giornali e il tam-tam televisivo, in Italia gli effetti della debacle finanziaria che ha costretto molti istituti a chiudere e altri a sottoporsi alle cure degli stati, devono ancora arrivare.

    Si dice che gli americani siano un popolo di spendaccioni indebitati, con cinque-sei carte di credito già ”vuote” a metà mese, e gli italiani un popolo di risparmiatori con la tendenza a preferire il materasso agli hedge. I continui e verticali cali delle borse potrebbero però presentare presto al risparmiatore italiano un conto molto più salato del previsto, svelando il perché della tranquillità sfoggiata in questi giorni da politici ed economisti sulla tenuta del sistema bancario italiano. Infatti se negli Usa sono saltati importantissimi gruppi finanziari e altrettanto sta accadendo in Germania e Gran Bretagna, da noi il rischio è molto più contenuto, ma non solo per le qualità ”risparmiose” degli italiani, quanto per la tendenza del nostro sistema bancario a scaricare tutto il rischio sul cliente, salvo remunerarsi attraverso salatissime commissioni. Il caso Parmalat è l'esempio più recente, i bond argentini quello precedente e la difficoltà che incontra la rinegoziazione dei mutui, l'ultima conferma.
    Servirà quindi del tempo prima che il risparmiatore italiano faccia il conto delle perdite per ora annacquate in fondi di investimenti e obbligazioni bancarie, che sfuggono al fondo di garanzia, la cui redditività dipende dalla capacità del sistema di reggere l'urto. E' curioso come in questo momento molti dei mali italiani, tra i quali l'inefficienza del sistema creditizio, siano divenuti delle qualità. Il rischio che, passata la bufera, l'Italia possa ritrovarsi ancora una volta impreparata, non sfiora nessuno. Così come la possibilità che il contribuente risparmiatore sia costretto a pagare questa crisi due volte. La prima rimettendoci tutto o parte del denaro investito, la seconda attraverso il conseguente inasprirsi del costo della vita e delle imposte nazionali e, soprattutto locali.

    Il fardello del debito pubblico che l'Italia si porta dietro, rischia di risultare pesantissimo in questa fase di crisi dei mercati finanziari. La nazionalizzazione di istituti di credito, così come accaduto stamane in Gran Bretagna, sarebbe un esercizio difficile per le esauste casse dello Stato. Ma difficili, se non impossibili, potrebbero rivelarsi per il nostro bilancio anche l'attuazione di politiche keynesiane. Il fallimento della proposta francese di ”fondo comune europeo” carica ancor più l'Italia delle proprie responsabilità e la obbliga a fare i conti con la scelta di Germania e Gran Bretagna di affrontare la crisi singolarmente. Con una Stato dalle casse vuote e un rapporto deficit/pil ormai al massimo del consentito, è quindi facile immaginare chi alla fine pagherà il conto.

    Il cerchio delle responsabilità si stringe ancora di più se si considera il livello del confronto tra le forze politiche di maggioranza e opposizione che mostrano poca consapevolezza sulla gravità della crisi.