L'odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche

L'odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche: al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare una enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori. Perenni debitori, perché si è fatto sì che lo status di debitore si auto-perpetui e si continuino a offrire nuovi debiti come unico modo realistico per salvarsi da quelli già contratti. Entrare in questa condizione, ultimamente, è diventato facile quanto mai prima nella storia dell'uomo: uscirne non è mai stato così difficile. Tutti coloro che erano nelle condizioni di ricevere un prestito, e milioni di altri che non potevano e non dovevano essere allettati a chiederlo, sono già stati ammaliati e sedotti a indebitarsi. E proprio come la scomparsa di chi va a piedi nudi è un guaio per l'industria calzaturiera, così la scomparsa delle persone senza debiti è un disastro per l'industria dei prestiti. Quanto predetto da Rosa Luxemburg si è nuovamente avverato: comportandosi come un serpente che si mangia la coda il capitalismo è nuovamente arrivato pericolosamente vicino al suicidio involontario, riuscendo ad esaurire la scorta di nuove terre vergini da sfruttare...

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  • Marco Conti 8 ottobre 2008 at 15:31

    Costerà 1500 miliardi di dollari la più grande crisi finanziaria di tutti i tempi. Una cifra astronomica che per qualche esperto potrebbe anche peccare in difetto. Una massa di denaro che sta paralizzando la finanza mondiale e mandando in crisi le economie. Malgrado i titoli dei giornali e il tam-tam televisivo, in Italia gli effetti della debacle finanziaria che ha costretto molti istituti a chiudere e altri a sottoporsi alle cure degli stati, devono ancora arrivare.

    Si dice che gli americani siano un popolo di spendaccioni indebitati, con cinque-sei carte di credito già ”vuote” a metà mese, e gli italiani un popolo di risparmiatori con la tendenza a preferire il materasso agli hedge. I continui e verticali cali delle borse potrebbero però presentare presto al risparmiatore italiano un conto molto più salato del previsto, svelando il perché della tranquillità sfoggiata in questi giorni da politici ed economisti sulla tenuta del sistema bancario italiano. Infatti se negli Usa sono saltati importantissimi gruppi finanziari e altrettanto sta accadendo in Germania e Gran Bretagna, da noi il rischio è molto più contenuto, ma non solo per le qualità ”risparmiose” degli italiani, quanto per la tendenza del nostro sistema bancario a scaricare tutto il rischio sul cliente, salvo remunerarsi attraverso salatissime commissioni. Il caso Parmalat è l'esempio più recente, i bond argentini quello precedente e la difficoltà che incontra la rinegoziazione dei mutui, l'ultima conferma.
    Servirà quindi del tempo prima che il risparmiatore italiano faccia il conto delle perdite per ora annacquate in fondi di investimenti e obbligazioni bancarie, che sfuggono al fondo di garanzia, la cui redditività dipende dalla capacità del sistema di reggere l'urto. E' curioso come in questo momento molti dei mali italiani, tra i quali l'inefficienza del sistema creditizio, siano divenuti delle qualità. Il rischio che, passata la bufera, l'Italia possa ritrovarsi ancora una volta impreparata, non sfiora nessuno. Così come la possibilità che il contribuente risparmiatore sia costretto a pagare questa crisi due volte. La prima rimettendoci tutto o parte del denaro investito, la seconda attraverso il conseguente inasprirsi del costo della vita e delle imposte nazionali e, soprattutto locali.

    Il fardello del debito pubblico che l'Italia si porta dietro, rischia di risultare pesantissimo in questa fase di crisi dei mercati finanziari. La nazionalizzazione di istituti di credito, così come accaduto stamane in Gran Bretagna, sarebbe un esercizio difficile per le esauste casse dello Stato. Ma difficili, se non impossibili, potrebbero rivelarsi per il nostro bilancio anche l'attuazione di politiche keynesiane. Il fallimento della proposta francese di ”fondo comune europeo” carica ancor più l'Italia delle proprie responsabilità e la obbliga a fare i conti con la scelta di Germania e Gran Bretagna di affrontare la crisi singolarmente. Con una Stato dalle casse vuote e un rapporto deficit/pil ormai al massimo del consentito, è quindi facile immaginare chi alla fine pagherà il conto.

    Il cerchio delle responsabilità si stringe ancora di più se si considera il livello del confronto tra le forze politiche di maggioranza e opposizione che mostrano poca consapevolezza sulla gravità della crisi.