I malati dello shopping

A chi di noi non è capitato, magari in un momento difficile, di gratificarsi con degli acquisti? E' un atteggiamento normale, e secondo gli specialisti fa anche bene. Ma quando il desiderio di fare shopping diventa irrefrenabile e si comprano oggetti costosi ed inutili per la sola soddisfazione dell'acquisto, allora non siamo più di fronte ad una debolezza trascurabile, bensì ad una vera e propria malattia mentale che verrà presto inserita nei manuali di psichiatria.

Parliamo della "sindrome da shopping" o "shopping compulsivo" che viene definita per la prima volta nel 1915 da Kraepelin come "un disagio psicologico e comportamentale caratterizzato da una tendenza a manifestare vere e proprie crisi di acquisto, una forma di mania delle spese (oniomania)".

La sindrome da shopping è oggi una vera problematica sociale, un fenomeno complesso e di difficile comprensione per quanto riguarda la sua diagnosi e, di conseguenza, la possibilità terapeutica. Il problema più grande deriva dalla mancanza di univocità nella definizione e classificazione nosografica, tanto che nel DSM IV, (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, a cui medici e psichiatri fanno riferimento), la sindrome da shopping addirittura non esiste. Inoltre, gli studi in questo ambito sono piuttosto recenti, avendo dovuto superare una interpretazione riduttiva e stereotipata del fenomeno legata all'immagine di mogli frivole dedite agli acquisti, che ne ha svalutato l'importanza ed i costi sociali. Il problema, però, è diventato nel corso del tempo sempre più evidente anche perché incrementato dal diffuso atteggiamento consumistico tipico della società moderna che alimenta falsi bisogni, e che vede nel possesso dell'oggetto, oltre che una fonte di felicità, uno strumento per costruire una identità sociale accettata e gradita. Da ciò deriva la difficoltà di distinguere tra acquisto normale e patologia dell'acquisto, tanto che la compulsività del comportamento rappresenta spesso il risultato dell'incontro tra una manifestazione del disagio individuale e uno stile di vita alimentato dalla società stessa.

I dati in Italia

Caritas Italiana e Fondazione Zancan, nel Rapporto 2004 su Esclusione Sociale e Cittadinanza Incompiuta, evidenziano come lo shopping compulsivo sia una forma di dipendenza che interessa tra l'1 e l'8% della popolazione in età adulta, ma secondo alcuni autori il 90% dei consumatori effettua periodicamente acquisti compulsivi. Ad essere affette da questa patologia sono soprattutto le donne tra i 35 ed i 45 anni, ben integrate e con un buon livello socio-culturale, in un rapporto di dipendenza rispetto agli uomini di 10 a 1. In genere anche la tipologia di acquisti è diversa: le donne sono maggiormente propense a comprare vestiti, oggetti e strumenti di bellezza; anche gli uomini comprano prodotti legati alla cura del proprio corpo, come capi di vestiario e attrezzature sportive, ma sono ancora più propensi a cercare il prestigio sociale attraverso oggetti come le automobili e gli strumenti di alta tecnologia. Quanto ai ragazzi, negli ultimi tempi si nota una predisposizione allo shopping compulsivo soprattutto riguardo all'acquisto dei cellulari. Si parla di predisposizione in quanto i ragazzi non dispongono di soldi propri, ma il problema può sorgere quando raggiungono l'indipendenza economica.

Manifestazioni e cause della malattia

Per capire quando il desiderio dello shopping si trasforma in patologia ci sono dei segnali a cui bisogna fare attenzione:

  1. il denaro speso è eccessivo rispetto alle proprie, reali possibilità economiche;
  2. gli acquisti si ripetono più volte nell'arco della settimana;
  3. gli oggetti comprati sono spesso inutili e subito dopo l'acquisto sono messi da parte. Ciò che conta è, quindi, solo possedere qualcosa di nuovo;
  4. il mancato acquisto crea pesanti crisi di ansia e frustrazione;
  5. la dedizione alle spese rappresenta un comportamento nuovo rispetto al passato.

Secondo gli esperti i più predisposti verso questa sindrome sono le persone con scarsa autostima, gli insoddisfatti, i depressi e coloro che soffrono di solitudine. Molte volte la malattia colpisce anche chi ha subito delle esperienze negative nell'infanzia legate, ad esempio, a delle ristrettezze economiche: l'individuo in questo modo cerca di realizzare desideri rimasti insoddisfatti. I compulsive buyers sono sopraffatti da un impulso irrefrenabile che si concretizza in una corsa forsennata agli acquisti; avvertono una tensione crescente, che si tramuta quasi in dolore, sino alla messa in atto del comportamento in questione, cui consegue una sensazione di piacere momentanea, seguita subito dopo da un vissuto spiacevole e doloroso. Una volta a casa, infatti, vista l'inutilità degli oggetti comprati la persona prova un senso di colpa, di pentimento, che la fa sentire in uno stato peggiore del precedente. A livello psicologico la sindrome da shopping è legata a molti fattori. Alcune persone credono che attraverso il possesso degli oggetti possano avvicinarsi a quei modelli illusori, ma socialmente condivisi, inseguiti nel tentativo di compensare le proprie insicurezze ed i problemi di autostima. L'acquisto irrefrenabile può anche essere un tentativo di riempire dei vuoti interiori, che certo non possono essere colmati con elementi esterni, oppure, in tanti casi, può essere un modo per scaricare la tensione psicofisica in eccesso. L'atto di acquisto ha quindi una funzione consolatoria, compensatoria e rilassante.
Oltre alle cause psicologiche si sono studiate anche le basi neurobiologiche della malattia. Secondo alcuni psichiatri, infatti, lo shopping compulsivo altro non sarebbe che una manifestazione del cattivo funzionamento dell'attività della serotonina (il neurotrasmettitore che controlla il tono dell'umore e i comportamenti impulsivi) che provoca l'esigenza di soddisfare un bisogno irrefrenabile. L'acquisto determina un'esperienza piacevole simile a quelle di chi fa uso di droghe, ma una volta terminato l'effetto si sta nuovamente male e per recuperare la felicità perduta si deve nuovamente comprare.

Come curare la malattia

Purtroppo il malato, o nella maggior parte dei casi la sua famiglia, si rende conto della situazione solo dopo che si sono verificati veri disastri finanziari. In questi casi occorre l'intervento di uno specialista, il quale agisce tramite la somministrazione di farmaci che riducono l'ansia o che ristabiliscono il giusto livello di serotonina, congiuntamente ad una terapia psicologica, che coinvolga anche partner e familiari. Si cerca di capire la cause che hanno determinato tale dipendenza e si attuano delle strategie comportamentali. Ad esempio al malato vengono sottratte le carte di credito, per recuperare il senso del denaro, e vengono insegnate tecniche di autocontrollo per imparare a dominare i propri impulsi.

Il problema è che la società ha una visione poco critica delle conseguenze che lo shopping compulsivo può generare nella vita dei soggetti dipendenti, perché, a differenza delle classiche dipendenze come l'alcolismo o la tossicodipendenza, non è prevista l'assunzione di sostanze esterne e quindi non esiste un rischio oggettivo e concreto di mettere a repentaglio la propria vita. In realtà i costi di questa patologia sono comunque pesanti e si concretizzano sia a livello di stress personale che di problematiche finanziarie, familiari, sociali e lavorative. In Italia non esistono ancora servizi pubblici specifici per questo tipo di patologia, ma già alcuni comuni si stanno attivando. Ad esempio la ASL di Arezzo ha attivato un programma chiamato "Gand" in cui vengono trattati dipendenti da gioco d'azzardo, da shopping compulsivo, da rischio estremo e da Internet, dato che tutte le dipendenze senza sostanze hanno matrici comuni e quindi possono essere trattate in modo simile.

2 dicembre 2007 · Antonio Scognamiglio

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