Europa, l'economia in gabbia

Mentre il difficile percorso della legge finanziaria si avvia lentamente alla conclusione, non si può non rimanere colpiti dalla sua sostanziale inutilità in un'ottica di rilancio dell'economia: gran parte dei bonus fiscali concessi dal governo alle famiglie italiane saranno riassorbiti dalle maggiori imposizioni delle autorità locali, come la tassa per la raccolta dei rifiuti e le multe, sempre più esose, per infrazioni alle norme sul traffico, dall'aumento delle tariffe pubbliche e del prezzo dei carburanti derivante dal caro petrolio, dai maggiori interessi sui mutui per la casa.

Per conseguenza, i consumi privati seguiteranno a languire e la continuazione della ripresa dipenderà in sostanza da un forte aumento delle esportazioni, sempre più problematico nel difficile panorama economico internazionale. Non può quindi essere questa la chiave magica che moltissimi italiani sognano, in grado di rimettere l'economia italiana sulla strada della crescita, di arrestare la tendenza a una maggiore disequità sociale, di far ripartire il Mezzogiorno. Questa chiave magica non la possiede nessuno, né in Italia né nel resto d'Europa; tutti i ministeri dell'economia d'Europa stanno contemplando, con la malinconia dell'impotenza, la grande frenata della crescita.

Basterebbe aumentare i salari, come si comincia a chiedere, non solo in Italia, da una parte crescente delle forze di sinistra, oppure legare di nuovo le pensioni ai salari? Quasi certamente no, e questo per due motivi. In primo luogo, i maggiori costi salariali porterebbero a minore competitività internazionale e quindi l'aumento dei consumi che così potrebbe realizzarsi sarebbe parallelo a un minor aumento delle esportazioni; in secondo luogo perché, nel mondo più globalizzato di oggi, una grande quota (circa la metà) della nuova spesa per consumi sarebbe rivolta all'acquisto di prodotti stranieri. Un certo beneficio potrebbe derivare dalla detassazione degli aumenti salariali dei prossimi contratti, come richiesto da parte sindacale, probabilmente sostenibile dalle finanze pubbliche, ma non basterebbe certo a un rilancio importante.

Allora non si può fare proprio niente? In realtà, esiste una via da seguire, ma non può essere percorsa in un solo anno; anzi, è lunghissima. Passa per una riduzione della spesa pubblica e per una parallela riduzione delle imposte, a partire dai redditi più bassi. Ridurre la spesa pubblica, però, significa - per usare l'espressione cruda ma efficace della sinistra - fare "macelleria sociale", con licenziamenti o mancate assunzioni, nell'ottica di una generale riorganizzazione dei servizi, che a loro volta porterebbero a minori consumi e quindi con una temporanea accentuazione della debolezza della domanda interna. Nulla di tutto ciò sarebbe politicamente sostenibile e solo un governo votato al suicidio si metterebbe su questa strada.

Che fare allora? La soluzione non è alla portata dei singoli governi ma deve inevitabilmente essere discussa a livello europeo e richiede due diversi tipi di interventi istituzionali. Il primo riguarda il patto di stabilità e il secondo la Banca Centrale Europea (BCE). Per quanto riguarda il patto di stabilità, l'Europa deve smettere di strangolarsi con le sue stesse mani. Certo, lasciati a se stessi i governi hanno la tendenza ad aumentare la spesa e per conseguenza a creare spinte inflazionistiche; un patto di stabilità è quindi necessario. Quello attuale risulta però inutilmente - e si potrebbe dire stupidamente - severo: un aumento della famigerata soglia del deficit al 3 per cento, l'esclusione da questo limite degli investimenti infrastrutturali, la rinegoziazione dei percorsi di rientro verso il deficit zero dei maggiori paesi sono tre strumenti che possono tranquillamente essere utilizzati per dare ossigeno all'economia. Ci sarebbe forse un rischio di inflazione, ma questo risulterebbe in realtà molto contenuto, ancor più se, in cambio di questo allentamento del patto, i governi si impegnassero non già a una graduale riduzione del deficit ma ad una graduale e concordata riduzione della spesa pubblica con contestuale riforma dei servizi da coordinarsi maggiormente a livello europeo.

Per quanto riguarda la BCE, si tratta di un'ottima istituzione che però non può funzionare al meglio in assenza di un ministero europeo dell'economia che ne rappresenti la controparte. Nella sua grande solitudine, la BCE tende a interpretare in modo burocratico e meccanico il compito di proteggere l'Europa dall'inflazione e non ha esitato ad aumentare il costo del denaro anche quanto era chiaro che ciò avrebbe danneggiato la crescita; la stessa solitudine, lo scarso contatto con la realtà finanziaria del giorno per giorno - mediato dalle Banche Centrali dei paesi aderenti all'euro - le ha impedito di cogliere i segni della debolezza bancaria legata ai prodotti finanziari subprime che già a febbraio-marzo avevano provocato una forte caduta di Borsa e si è fatta trovare impreparata quando questa debolezza finanziaria ha determinato, a partire da agosto, la peggior crisi delle borse mondiali nei tempi della globalizzazione.

Il suo mandato e i suoi poteri vanno perciò urgentemente rivisti. La sua azione non deve avere per oggetto il semplice contenimento dell'aumento dei prezzi entro un limite estremamente basso; un simile obiettivo deve essere temperato da criteri relativi a crescita e occupazione che né i singoli governi nazionali né le altre istituzioni europee sono oggi in grado di garantire. Se questo non dovesse avvenire, sarà proprio la BCE a essere oggetto della protesta popolare: aspettiamoci grandi dimostrazioni di protesta sotto il suo tetro grattacielo di Francoforte.

L'economia europea, in sostanza, non si governa più dalle singole capitali nazionali, con l'annuale legge finanziaria e con tentativi non coordinati di riforma del settore pubblico. E' difficile pensare a un rilancio separato di ciascun paese; l'economia europea è ormai sufficientemente integrata da esigere, grazie a un maggiore coordinamento e a migliori regole, di uscire dalla gabbia in cui è stata inavvertitamente chiusa.

di Mario Deaglio

da LASTAMPA.it

6 dicembre 2007 · Antonio Scognamiglio

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  • emily 8 febbraio 2008 at 16:22

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