La Corte di Cassazione spegne le speranze dei contribuenti italiani sullo scandalo dell'Agenzia delle Entrate: anche stavolta a vincere è il Fisco

Fine dei giochi, a concludere la vicenda, arriva la sanatoria per gli accertamenti fiscali dei falsi dirigenti delle Entrate: la Corte di Cassazione emette una sentenza che, di fatto, tenta di salvare la validità di tutti gli atti emessi in passato.

Game over: a parere dei Giudici di piazza Cavour, anche i vizi di nullità più gravi degli atti fiscali devono essere comunque impugnati dal contribuente nei termini di legge.

In pratica, per quanto attiene agli accertamenti fiscali, entro 60 giorni dalla notifica.

In difetto di tempestiva impugnazione, l'atto, per quanto palesemente illegittimo e ingiusto, diventa egualmente definitivo e non c'è più modo di chiederne l'annullamento. Neanche qualora Equitalia arrivi a fare pignoramento.

Questo il succo della shoccante sentenza 18448/15 della Corte di Cassazione.

Nel dettaglio, secondo l'opinione dei Supremi Giudici, nel processo tributario, caratterizzato dalla impugnazione dell'avviso di accertamento per vizi formali o sostanziali, l'indagine sul rapporto sostanziale non può che essere limitata ai soli motivi di contestazione dei presupposti di fatto e di diritto della pretesa dell'Amministrazione che il contribuente abbia specificamente dedotto nel ricorso introduttivo di primo grado.

Con la conseguenza che, ove il contribuente abbia inteso limitare la materia controversa ad alcuni determinati vizi di validità dell'atto impugnato, il giudice deve attenersi all'esame di essi e non può procedere d'ufficio, annullando il provvedimento impositivo per vizi diversi da quelli dedotti, anche se risultanti dagli stessi elementi acquisiti al giudizio.

Dunque, ciascuno dei vizi di nullità dell'atto, può essere rilevato anche d'ufficio dal giudice tributario: tuttavia, nel momento in cui il giudice tributario non si limita ad accertare che gli atti impositivi siano privi di sottoscrizione ed afferma che la illeggibilità'della sottoscrizione non consente di verificare se il soggetto che aveva sottoscritto l'atto fosse o meno dotato della necessaria competenza ad emettere gli avvisi di accertamento (se dunque, il giudice non si limita a rilevare la eventuale falsità materiale dell'atto impositivo, e non mette in dubbio la circostanza che l'atto impositivo provenga effettivamente dall'amministrazione finanziaria a cui è stato attribuito il potere di accertamento) ciò vuol dire che egli non sta semplicemente rilevando un vizio di nullità tributaria, ma sta eccependo l'invalidità dell'atto amministrativo che consegue al vizio di incompetenza dell'autorità'che lo ha emesso, invalidità che può essere fatta valere soltanto dal contribuente, con specifico motivo di ricorso, proposto avanti le Commissioni tributarie nel termine di decadenza previsti dalla legge.

Pertanto, applicando il nuovo principio espresso dalla Cassazione, tali atti non potrebbero essere più impugnati dai cittadini se sono decorsi i 60 giorni dalla notifica.

In questo modo, però, si finisce per sancirne l'automatica sanatoria.

Ed ecco spiegato il perché.

In parole povere, se è vero che la nullità per vizi di sottoscrizione o di motivazione non è direttamente rilevabile d'ufficio dal giudice e può solo essere contestata dal contribuente, con ricorso entro 60 giorni dalla notifica dell'accertamento, è anche vero che, per quasi tutti gli atti firmati dai dirigenti illegittimi dell'Agenzia delle Entrate, non c'è più nulla da fare.

Infatti, all'epoca in cui i falsi dirigenti firmavano e spedivano a tutto spiano accertamenti fiscali a mezza Italia non era ancora uscita la sentenza della Corte Costituzionale e, quindi, nessuno avrebbe mai potuto immaginare l'esistenza di un diritto a presentare ricorso per nullità.

Sarebbe stato come imporre al contribuente di leggere nella sfera di cristallo, prevedere il futuro e iniziare a cautelarsi presentando ricorso entro i 60 giorni.

Con la paradossale conseguenza che, se il contribuente avesse davvero fatto opposizione nei termini, cioè prima dell'emissione della sentenza della Corte Costituzionale, nessun giudice gli avrebbe dato ragione, posto che ancora non erano state dichiarate illegittime le nomine dei dirigenti.

Addio quindi a speranze e bei sogni dei contribuenti.

22 settembre 2015 · Andrea Ricciardi

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