Diffida ad adempiere e risoluzione del contratto

Colui che eccepisce l'inadempienza contrattuale dell'altro contraente, non per questo invoca la risoluzione del contratto, ma manifesta solo di volersi astenere temporaneamente dall'adempimento, fino a quando l'altro contraente non abbia adempiuto o comunque abbia offerto di adempiere la propria obbligazione.

Dalla diffida ad adempiere rimasta infruttuosa non scaturisce la risoluzione del contratto quando anche il diffidante sia inadempiente, posto che l'inadempimento dello stesso priva di giuridica rilevanza quello del diffidato.

In pratica, l'intimazione, da parte del creditore, della diffida ad adempiere (articolo 1454 del codice civile) e l'inutile decorso del termine fissato per l'adempimento non eliminano la necessità dell'accertamento giudiziale della gravità dell'inadempimento, e non comportano, automaticamente, la risoluzione del contratto.

Infatti, a seguito della diffida ad adempiere senza esito, intimata dalla parte asseritamente adempiente, il giudice deve comunque valutare, ai fini della risoluzione del contratto, la sussistenza degli estremi, soggettivi e oggettivi, dell'inadempimento a carico della controparte; in particolare, deve verificare sotto il profilo oggettivo che l'inadempimento sia grave e sotto il profilo soggettivo, la responsabilità del debitore inadempiente.

Questo l'orientamento dei giudici della Corte di cassazione così come emerge dalla lettura della sentenza 11748/15.

10 settembre 2015 · Loredana Pavolini

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