Deflazione in arrivo » L'Europa in allerta

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La deflazione è, in macroeconomia, una diminuzione del livello generale dei prezzi. Essa deriva dalla debolezza della domanda di beni e servizi, cioè un freno nella spesa di consumatori e aziende, i quali poi attendono ulteriori cali dei prezzi, creando una spirale negativa. Le imprese, non riuscendo a vendere a determinati prezzi parte dei beni e servizi, cercano di collocarli a prezzi inferiori. Ora in Europa si presenta il rischio di contagio da questa malattia: la Bce deve decidere la cura, ma pesano i no della Germania.

I banchieri centrali che si riuniti qualche giorno fa a Francoforte per il vertice della Bce hanno di fronte a sé un problema che non era figurato all'ordine del giorno: stanno fallendo.

O rischiano seriamente di farlo, con conseguenze tragiche per decine di milioni di lavoratori e milioni di imprese nell'area euro.

Il fallimento è un concetto elusivo in un sistema ricco di opinioni diverse come l'Europa: ogni volta che la Bce prende una decisione, o la evita, immancabilmente piovono fischi e applausi da campi diversi.

Il Sud Europa chiede più sostegno dall'Eurotower, mentre molti in Germania diffidano del suo presidente e lo criticano ferocemente ogni volta che presenta un taglio dei tassi o una scelta che può ridurre gli spread per l'Italia o la Spagna.

In un campo minato del genere il solo modo sicuro di misurare un successo o un fallimento resta dunque quello delle regole. Nero su bianco, nei testi di legge costituzionale.

L'unione monetaria è fondata su quelle e, al suo interno, lo è anche la Bce perché il suo compito è definito all'articolo 127, comma 1 del Trattato, dove è riportato che l'obiettivo primario del Sistema Europeo delle Banche Centrali è mantenere la stabilità dei prezzi.

Quest'ultima viene legalmente definita dalla stessa banca centrale come il mantenimento di tassi annuali d'inflazione inferiori ma vicini al 2% nel medio termine".

Se questo è il criterio con forza legale, la banca centrale lo manca in pieno e in misura crescente.

È appena il caso di ricordare perché: il tasso d'inflazione nell'area euro a dicembre è sceso allo 0,8% e addirittura allo 0,7%, se si guarda ai beni e servizi più stabili che costituiscono lo zoccolo dei prezzi.

Oggi nell'area euro nove paesi, Italia inclusa, presentano ritmi di aumento del carovita sotto all'1%; Spagna, Portogallo e Irlanda viaggiano vicinissime allo zero.

Grecia e Cipro versano già in deflazione, cioè sono soggette a una contrazione dei prezzi. E le sole economie che più o meno centrano l'obiettivo della Bce ("vicino al 2%") restano Finlandia e Estonia, che insieme pesano per lo 0,6% del paniere totale di Eurolandia.

L'economia europea viaggia sempre più lontano dalla rotta che i governi e i parlamenti eletti avevano incaricato la Bce di assicurare.

Invece di stabilità dei prezzi, una maggioranza dei Paesi assiste a una loro progressiva erosione.

Restasse qualche dubbio in proposito, lo dissipa un'occhiata al secondo criterio guida della banca centrale, quello della liquidità.

Il credito alle imprese è in contrazione in quasi tutti i Paesi, Germania inclusa, mentre per l'Italia o la Spagna cade a velocità senza precedenti.

La massa di moneta circolante viaggia ad appena la metà del livello che la Bce stessa dichiara di volere.

Alla vigilia degli esami europei sulle banche, su gran parte del continente sta scendendo una gelata finanziaria e dei prezzi.

A prima vista ciò non sarebbe in sé un male, visto che un andamento del genere equivale a un maggiore potere d'acquisto perle famiglie.

L'esperienza del Giappone negli anni '90 rivela però tutti i rischi di una depressione dei prezzi, che diventa difficile da sradicare quando mette le radici.

Le famiglie prevedono sconti maggiori in futuro, dunque rinviano gli acquisti e paralizzano i consumi. Le imprese rinunciano a investire perché temono di vendere i loro beni e servizi domani a prezzi più bassi del costo di produrli oggi. La domanda crolla e le economie si contraggono.

Di conseguenza, i debiti pubblici e privati diventano sempre più pesanti rispetto al fatturato.

E senza inflazione che erode il valore reale degli oneri da ripagare, il peso degli interessi passivi è sempre maggiore: lo spread Bund-Btp a 200 punti oggi risulta più pesante da sostenere per il governo rispetto a come fosse solo due anni fa.

Nella primavera-estate del '94 il Giappone scivolò in deflazione quasi all'improvviso.

Poiché la psicologia umana incide sui prezzi e notoriamente può sterzare di colpo, la caduta in deflazione di solito non avviene in modo graduale. Il tuffo sottozero è subitaneo. Nelle economie più deboli di Eurolandia ciò distruggerebbe imprese, lavoro e metterebbe a rischio la tenuta del debito.

Per ora però la Bce però esita a reagire con forza: l'Eurotower vuole evitare nuove accuse in Germania prima che la Corte costituzionale tedesca si pronunci sulla legalità del suo piano di acquisto di bond sovrani che salvò l'euro nel 2012.

In piena contraddizione con la sua indipendenza, la Bce dà l'impressione di essere ostaggio dei malumori dell'opinione pubblica tedesca e dei suoi giudici costituzionali.

Nel 2012 Draghi dichiarò che la banca avrebbe fatto qualunque cosa per preservare l'euro. Oggi è tempo che dica che lo farà anche per evitare la deflazione: legalmente, è il suo compito.

14 gennaio 2014 · Patrizio Oliva

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