Il fallimento personale del debitore consumatore - Omologazione del concordato con i creditori

Anche nella successiva fase di omologazione - che comprende la redazione di un parere elaborato sulla scorta delle risultanze della precedente approvazione - si prevede la partecipazione dei creditori, abilitati a sollevare contestazioni sulla relazione dell'organismo di conciliazione della crisi, in mancanza delle quali, e previo raggiungimento delle maggioranze prescritte dall'articolo 6, comma 2 (70% dei creditii, 50% in caso di sovraindebitamento del consumatore) la proposta viene omologata con gli effetti di cui al comma 3 dell'articolo 7 (“dalla data di omologazione ai sensi del comma 2 e per un periodo non superiore a un anno, l'accordo con i creditori produce gli effetti di cui all'articolo 5, comma 3”).

L'effetto sospensivo si aggiunge, quindi, a quello di massimo 120 giorni inizialmente predisposto dal giudice delegato in occasione delle prima udienza, ai sensi dell'articolo 5, comma 3 del decreto (...per non oltre centoventi giorni) e dei suoi effetti (non possono, sotto pena di nullità , essere iniziate o proseguite azioni esecutive individuali nè disposti sequestri conservativi nè acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del debitore …).

Esso ingenera analoghe preoccupazioni sui tempi della procedura, la cui durata manca di precisi termini nella sua fase iniziale (dalla proposizione del ricorso all'adozione del decreto di fissazione dell'udienza), risente della prima sospensione di 120 giorni sopra richiamata, si prolunga fino alla data di omologazione del concordato con i creditori e si estende ulteriormente per la durata massima di un anno, rendendo difficoltosa la quantificazione temporale della sua durata complessiva.

Il decorso di termini così lunghi lascia impregiudicata la sorte del concordato con i creditori, che potrebbe risolversi negativamente per una serie di motivi, tra cui il mancato adempimento del debitore.

Senonchè, mentre in procedure in qualche modo analoghe a questa (come il concordato preventivo) al mancato adempimento del debitore può seguire la dichiarazione di fallimento (ai sensi degli articoli 186 e 137, Legge fallimentare) e l'acquisizione alla massa attiva di tutti i beni, ciò non pare si verifichi in questo procedimento, che nulla dispone sul destino dei beni in seguito alla risoluzione del concordato con i creditori per inadempimento del debitore.

Si potrebbe, forse, ritenere che i beni offerti in garanzia tornino nella disponibilità del debitore e divengano, quindi, nuovamente attaccabili?

E, ancora, cosa accadrebbe se nel procedimento in esame il giudice disponesse ai sensi dell'articolo 8, conferendo l'incarico ad un liquidatore di provvedere anche in ordine ai beni pignorati offerti a garanzia del concordato con i creditori?

Ultima singolare previsione è quella che mostra un apparente contrasto tra il disposto dell'articolo 2, co. 2 (secondo cui "la proposta è ammissibile quando il debitore non è assoggettabile alle vigenti procedure concorsuali") e quella dell'articolo 7 comma 5 che attribuisce alla sentenza di fallimento pronunciata a carico del debitore la risoluzione dell'accordo con i creditori ...”.

Sembrerebbe quantomeno difficile che, se il debitore non risulta ammissibile in quanto assoggettabile a procedure concorsuali (a quindi differente dal debitore che può esercitare la procedura prevista dal decreto in esame), lo stesso possa, poi, essere dichiarato fallito e, quindi, veder risolto, a causa dell'intervenuta dichiarazione di fallimento, il concordato con i creditori.

Tra le ipotesi interpretative, oltre ad un possibile aperto contrasto tra le norme (sempre ipotizabile, soprattutto in sede di decretazione d'urgenza...), la possibilità che la proposta del debitore sia stata dichiarata ammissibile in carenza dei presupposti ivi previsti (quindi , per esempio, da debitore assoggettabile a procedura concorsuale), e che, pertanto, possa su di esso intervenire sentenza dichiarativa di fallimento.

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  • Marzia Ciunfrini 14 maggio 2012 at 06:48

    All'udienza indicata dal Giudice, questi, valutata l'assenza di iniziative o atti in frode ai creditori (articolo 5, comma 3), dispone che “…per non oltre centoventi giorni, non possono, sotto pena di nullità, essere iniziate o proseguite azioni esecutive individuali nè disposti sequestri conservativi nè acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del debitore che ha presentato la proposta di concordato con i creditori, da parte dei creditori aventi titolo o causa anteriore.”