Tiriamo le somme su crediti esattoriali e ordinari

Il debito di Pippo non riguardava cartelle esattoriali e dunque crediti di origine erariale (e/o amministrativa) vantati dallo Stato (o da enti locali). Pippo non aveva a che fare con Equitalia (o una delle sue partecipate) per importi iscritti a ruolo.

Pippo è stato in qualche modo baciato dalla fortuna. Il debito originario contratto con la finanziaria è stato ceduto prima alla società A e poi da questa girato alla società B, entrambe non associate in UNIREC.

Pippo ha avuto il buon senso di capire quando interrompere il gioco. Non ha bluffato oltre misura. Il suo approccio con la società B è stato remissivo ed intelligente. Non si è posto con arroganza. Non ha minimamente fatto trasparire un messaggio del tipo "Non potete o non vi conviene procedere in via giudiziale. E dunque prendere o lasciare...". Cosa che potrebbe indurre una società di recupero (anche di serie B) a rimetterci finanziariamente, pur di dare una lezione di vita al debitore.

Certo, Pippo è riuscito a non pagare i debiti (ne ha pagato solo una minima parte) e, forse, continuerà pure a vivere serenamente. Ma come per ogni aspetto della vita occorrono buon senso, umiltà, intelligenza ed anche tanta, tanta, tanta fortuna .....

Non basta solo la lettura di un libro. Questo è poco, ma sicuro.

18 aprile 2008 · Antonio Scognamiglio

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  • Ludmilla Karadzic 6 giugno 2012 at 11:59

    Spesso questa la cessione del credito avviene secondo la formula “pro soluto” cioè la società che li acquista si assume interamente il rischio che il debitore non paghi più nulla. E perché, quindi, dovrebbe comprare crediti così difficili da riscuotere? Perché li paga “un tot al chilo”. Si tratta sempre di “pacchetti” di pratiche: statisticamente, qualcuno dovrà pur rientrare. Per guadagnarci, infatti, basta che pochi debitori siano convinti a pagare. Lo dimostra un esempio tratto da una transazione realmente avvenuta: un blocco di oltre 600 crediti, per un totale di quasi 3,5 milioni di euro, venduto a una cifra inferiore ai 150mila euro. A conti fatti, l'importo finale è di poco superiore al 4%. L'altra modalità di cessione è la “pro solvendo”, ovvero il creditore originario mantiene il rischio dell'insolvenza.

    Ecco un altro esempio. Una famiglia è in crisi e non riesce più a pagare il prestito che aveva stipulato per acquistare l'auto nuova o i mobili di casa. Dopo un anno la banca (o finanziaria) che aveva erogato il denaro si trova davanti a un bivio: aspettare ancora, con il rischio di non vedere mai più un centesimo, oppure svendere il proprio credito a una “società di factoring”. Mettiamo che il credito abbia un valore nominale di 10.000 euro. Chi si occupa di recupero crediti (può essere un'azienda interna alla società di factoring o esterna) sa che a questo punto le cifre sono solo teoria. È ormai, infatti, un non performing loan: un credito problematico, difficile da riscuotere. In genere, quindi, riesce a “comprarlo” tra il 5% e l'8% del suo valore, nel nostro caso da 500 a 800 euro. Ogni euro in più è il suo guadagno: per ottenerlo farà tutto il possibile. I meno scrupolosi tartassano il debitore con otto telefonate al giorno, inviano comunicazioni decise, si appostano sotto casa o compiono altre azioni di stalking. Da qui l'idea di un codice deontologico per chi fa recupero di professione, varato nel 2004, ma le segnalazioni di abusi tuttora non mancano.

    La percentuale alla quale viene svenduto il credito può essere anche più bassa, ad esempio nel caso delle operazioni di “pulizia di bilancio”: la cessione (vendita) dei crediti permette alle aziende di defiscalizzare i crediti inesigibili, perché il valore nominale del credito può essere registrato a bilancio come perdita d'esercizio, pagando meno imposte. A occuparsi del recupero dei crediti in sofferenza può essere anche una “bad bank” (società in cui confluiscono i crediti anomali o difficili) spesso creata da una costola della stessa banca che vantava il debito originario. Se un credito non è stato riscosso dalla prima società di recupero crediti che lo ha gestito, dopo 2-3 anni può intervenire uno di questi soggetti, che lo “acquisterà” al 2-3% del suo valore nominale. Da 10.000 euro, siamo arrivati a non più di 200-300.

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