Debiti per credito al consumo

Veniamo adesso al nocciolo della questione: ci riferiremo, tanto per fissare le idee, a debiti contratti in seguito ad acquisti effettuati avvalendosi di contratti di finanziamento per il così detto credito al consumo.

Effettivamente la finanziaria, che non riesce a recuperare le somme erogate, non agisce direttamente contro il debitore. In genere non è organizzata, nè ha le competenze, per l'attività di esazione.

Attraverso operazioni di factoring il credito viene allora ceduto alle società di recupero crediti.

E qui va fatta una ulteriore distinzione. Il credito "in sofferenza" può essere acquistato da società iscritte all'UNIREC oppure può finire nel giro di una galassia di piccole e medie strutture, a dimensione familiare o parafamiliare, che negli ultimi anni si sono dedicate, il più delle volte improvvisando, alla lucrosa attività del recupero crediti.

Per avere una idea del "mondo del tutto sconosciuto ai più (almeno a me che sono impiegato pubblico, neanche me lo immaginavo) di crediti comprati e venduti, di politiche dei creditori..." citato da Yuri nel commento in discussione, consigliamo di visionare i filmati, disponibili in questo blog, sulla cessione dei crediti.

Orbene, se siete stati sfortunati e la società di recupero crediti che ha comprato il vostro debito è iscritta all'UNIREC, avete pochissime speranze di farla franca. Si tratta di organizzazioni in cui lavorano professionisti del settore: ovvero investigatori, avvocati, agenti esattoriali esterni. Per farla breve specialisti del recupero crediti.

Solo in un caso non sarete costretti ad onorare il vostro debito. Qualora, cioè, non risultiate proprietario di beni mobili ed immobili e la vostra attività lavorativa venga retribuita in nero. Altrimenti vi ritrovereste, in men che non si dica, con una ipoteca sull'abitazione, con il sequestro dell'automobile o con lo stipendio, pensione, o compenso professionale pignorato.

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  • Ludmilla Karadzic 6 giugno 2012 at 11:59

    Spesso questa la cessione del credito avviene secondo la formula “pro soluto” cioè la società che li acquista si assume interamente il rischio che il debitore non paghi più nulla. E perché, quindi, dovrebbe comprare crediti così difficili da riscuotere? Perché li paga “un tot al chilo”. Si tratta sempre di “pacchetti” di pratiche: statisticamente, qualcuno dovrà pur rientrare. Per guadagnarci, infatti, basta che pochi debitori siano convinti a pagare. Lo dimostra un esempio tratto da una transazione realmente avvenuta: un blocco di oltre 600 crediti, per un totale di quasi 3,5 milioni di euro, venduto a una cifra inferiore ai 150mila euro. A conti fatti, l'importo finale è di poco superiore al 4%. L'altra modalità di cessione è la “pro solvendo”, ovvero il creditore originario mantiene il rischio dell'insolvenza.

    Ecco un altro esempio. Una famiglia è in crisi e non riesce più a pagare il prestito che aveva stipulato per acquistare l'auto nuova o i mobili di casa. Dopo un anno la banca (o finanziaria) che aveva erogato il denaro si trova davanti a un bivio: aspettare ancora, con il rischio di non vedere mai più un centesimo, oppure svendere il proprio credito a una “società di factoring”. Mettiamo che il credito abbia un valore nominale di 10.000 euro. Chi si occupa di recupero crediti (può essere un'azienda interna alla società di factoring o esterna) sa che a questo punto le cifre sono solo teoria. È ormai, infatti, un non performing loan: un credito problematico, difficile da riscuotere. In genere, quindi, riesce a “comprarlo” tra il 5% e l'8% del suo valore, nel nostro caso da 500 a 800 euro. Ogni euro in più è il suo guadagno: per ottenerlo farà tutto il possibile. I meno scrupolosi tartassano il debitore con otto telefonate al giorno, inviano comunicazioni decise, si appostano sotto casa o compiono altre azioni di stalking. Da qui l'idea di un codice deontologico per chi fa recupero di professione, varato nel 2004, ma le segnalazioni di abusi tuttora non mancano.

    La percentuale alla quale viene svenduto il credito può essere anche più bassa, ad esempio nel caso delle operazioni di “pulizia di bilancio”: la cessione (vendita) dei crediti permette alle aziende di defiscalizzare i crediti inesigibili, perché il valore nominale del credito può essere registrato a bilancio come perdita d'esercizio, pagando meno imposte. A occuparsi del recupero dei crediti in sofferenza può essere anche una “bad bank” (società in cui confluiscono i crediti anomali o difficili) spesso creata da una costola della stessa banca che vantava il debito originario. Se un credito non è stato riscosso dalla prima società di recupero crediti che lo ha gestito, dopo 2-3 anni può intervenire uno di questi soggetti, che lo “acquisterà” al 2-3% del suo valore nominale. Da 10.000 euro, siamo arrivati a non più di 200-300.

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