I principali dubbi sulla class action all'italiana

Vediamo ora nel dettaglio i dubbi e le perplessità, già in parte sollevati nel precedente paragrafo, su questo procedimento, la class action appunto, un po' troppo maccaronico e pieno di lacune legislative.

Ogni volta che in Italia accade un fatto che coinvolge migliaia di consumatori si sente richiedere a gran voce la class action.

Di come funziona ne abbiamo già parlato.

Cosa succede, però, dopo che viene dato l'annuncio? Praticamente nulla.

A cinque anni dal varo della class action italiana, con un iter a dir poco controverso, questo strumento si è rivelato inefficace e inadeguato, aumentando le difficoltà di accesso per i consumatori.

E a dire che non funziona sono i numeri: ad oggi, l'unica azione collettiva vinta è quella del 2013 promossa dall'Unione Nazionale Consumatori contro il tour operator Wecantour.

Il Tribunale di Napoli ha infatti riconosciuto il risarcimento del danno da vacanza rovinata a un gruppo di turisti in viaggio a Zanzibar che, pur avendo pagato profumatamente per alloggiare in un lussuoso resort, si sono poi ritrovati in un cantiere.

Altri dati è però impossibile reperirli, perché lo stesso ministero della Giustizia chiarisce chenon ci sono statistiche sull'argomento.

Molti del resto i motivi che rendono la class action un'arma spuntata.

Alcune associazioni dei consumatori asseriscono che si tratti di una truffa, uno strumento inattuabile che certamente non serve ai consumatori.

Altri, parlano di una sonora fregatura a vantaggio solo di banche e assicurazioni e che invece di rappresentare un'azione dissuasoria nei confronti delle aziende, lo fa verso i cittadini.

Chiariamo un'altra cosa: la nostra class action non ha niente a che fare con quella a stelle e striscie.

Negli Usa, infatti, lo strumento è ampiamente utilizzato e rappresenta il terrore della grande industria (dal tabacco all'automobilismo passando per le banche) messa in ginocchio per le cifre record sborsate ai consumatori in caso di sconfitta.

Basti pensare ai 23,6 miliardi di dollari pagati dalla RJ Reynolds (che produce Camel, Winston, Pall Mall) accusata di non aver pubblicizzava abbastanza i pericoli per la salute o ai 3 miliardi e mezzo di dollari che la più grande società costruttrice di protesi al seno ha liquidato alle donne che hanno riportato malattie autoimmunitarie dopo l'impianto.

E ancora all'ambientalista eroina (interpretata nel film Erin Brockovich da Julia Roberts) che, portando in tribunale la Pacific Gas & Eletric Co con l'accusa di aver contaminato le falde acquifere della città, ha ottenuto 333 milioni di dollari.

In Italia, tuttavia, anche se la class action funzionasse, gli importi sarebbero decisamente diversi dal momento che, tra le profonde differenze che ci sono tra i due strumenti, spicca quella del ruolo del danno punitivo: da noi, infatti, possono essere risarciti solo i danni effettivi (il rimborso di quanto si è speso), mentre negli Usa concorrono all'importo anche le spese morali e legali.

Quindi il legale ha tutto l'interesse a vincere, perché guadagnerebbe anche sulla quota di risarcimento del danno, incluso quello punitivo.

Alle interpretazioni restrittive sul piano procedurale, si aggiungono anche altre questioni che non fanno funzionare la class action.

Lo scorso anno, al terzo grado di giudizio è stata bocciata la class action presentata dal Codacons contro la Voden Medical Instrument, rea di avere realizzato un kit per diagnosticare l'influenza suina rivelatosi poi una bufala.

La Cassazione, tuttavia, anche se ha confermto l'esistenza di una pratica commerciale illecita da parte dell'azienda che ha diffuso informazioni scorrette sulle proprietà di un farmaco, non ha però riconosciuto valido l'elemento fondante della class action, vale a dire il diritto dell'omogeneità.

Per il giudice i sintomi causati dal vaccino non sono stati infatti simili, perché alcuni consumatori hanno accusato mal di testa e altri la nausea. E, se anche avessero vinto la causa, avrebbero ottenuto come risarcimento solo 14 euro, perché tanto era stato pagato il farmaco.

Altra questione è la modalità di presentazione della stessa class action che rende ulteriormente complessa l'operazione.

La normativa prevede, infatti, che l'azione sia efficace solo nei confronti di coloro che hanno comunicato di volervi espressamente aderire (il cosiddetto opt-in), a differenza dagli Usa dove il meccanismo è automatico, salvo dichiarare di non partecipare (opt-out).

In pratica, quindi, un correntista italiano che decidesse di ricorrere alla class action contro la banca, rea di aver applicato illecite commissioni di scoperto, a proprie spese dovrebbe acquistare pagine di giornali, per mettere a conoscenza anche gli altri consumatori della sua iniziativa. Elemento che spinge solo le associazioni dei consumatori a promuovere le cause al tribunale.

C’è la speranza di veder trasformata la class action da un insieme di meccanismi farraginosi, paletti spesso insuperabili ed enormi difficoltà procedurali a reale strumento di tutela per i consumatori?

Vediamo.

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