Una piccola premessa sulla class action

La disciplina dell'azione di classe in Italia ha avuto, sin dal suo primo esordio, vita difficile: la sua originaria versione non è mai stata resa operativa e, nelle more, è stata modificata da un nuovo testo, molto complesso e molto criticato.

Che si sia trattato di un testo complesso è fuori di dubbio; tuttavia, la sensazione che si può trarre - in prima analisi - è che tale complessità risponda non solo (o, comunque, non esclusivamente) all'adozione di una più o meno condivisibile tecnica legislativa, ma anche (e, forse, soprattutto) ad una precisa intenzione: quella di rendere l'azione risarcitoria applicabile ad un numero di casi estremamente ridotto.

La conferma di questa impressione viene proprio dalla lettura delle ultime modifiche apportate al testo dell'art. 140-bis del Codice del consumo (modifiche, queste, pure segnate da non poche difficoltà).

In via preliminare, corre l'obbligo di sottolineare che questa modifica è stata inserita in un testo di legge finalizzato a favorire la liberalizzazione di diversi settori dell'economia italiana, per rendere il mercato nazionale sempre più concorrenziale.

La collocazione sistematica, quindi, dice qualcosa in più e fornisce una chiave di lettura ulteriore: il mercato è reso più concorrenziale anche attraverso l'introduzione di strumenti (come quelli risarcitori collettivi) che consentono di incentivare prassi commerciali e contrattuali sempre più corrette e leali, da parte degli operatori economici, non solo nei confronti dei concorrenti, ma anche nei confronti dei consumatori.

Questi ultimi, in particolare, hanno a disposizione uno strumento che - per la sua natura e per i suoi meccanismi di funzionamento - consente, in via diretta, di poter garantire il risarcimento dei danni subiti e la restituzione delle somme indebitamente percepite dall'impresa, mediante la trattazione unitaria della causa, potendo così reagire in maniera efficace contro la commissione di illeciti plurioffensivi.

In via indiretta, di dissuadere gli operatori economici, che intendono realizzare economie di scala e conquistare spazi di mercato mediante modalità scorrette, dall'adozione di strumenti che si rivelino dannosi nei confronti degli utenti.

Evidentemente questo obiettivo era già chiaro al legislatore sin dalla prima versione dell'art. 140-bis cod. cons.; tuttavia la disciplina adottata non è stata coerente con gli obiettivi dichiarati, neppure in occasione della riforma della norma, che nei suoi 3 anni di vita ha prodotto risultati piuttosto modesti. In Italia, infatti sono state presentate solo 18 2 azioni di classe, di cui solo due hanno superato il vaglio di ammissibilità, per poi essere state entrambe rigettate nel merito.

Di tutto questo pare che il legislatore del 2012 abbia voluto tener conto, apportando alcune modifiche che hanno inciso su uno dei punti più controversi, che sia la dottrina che gli operatori del settore hanno da sempre indicato come il principale ostacolo ad una effettiva diffusione dello strumento: l'identità dei diritti tutelabili attraverso l'azione di classe.

In maniera molto significativa, infatti, l'art. 6 del d. l. 1/2010, convertito in legge 27/2012 è rubricato "Norme per rendere efficace l'azione di classe". È chiaro che la precedente disciplina è apparsa, quindi, inefficace.

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