Chi è Pietro Ichino [Commento 1]

  • loris campetti 10 marzo 2008 at 05:33

    C'è un nuovo partito in Italia, finalmente libero dall'eredità della «sinistra conservatrice» che riteneva prioritaria la difesa del posto del lavoro. E' nato il Pd e finalmente vi ha trovato «piena cittadinanza» il giuslavorista che sostiene la flexicurity, la revisione radicale del sistema contrattuale, il tiro al bersaglio sui lavoratori pubblici «fannulloni» e la libertà di licenziamento attraverso l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Si chiama Pietro Ichino e ha buona stampa, anzi ce l'ha quasi tutta dalla sua. Quando non scrive sul Corriere è intervistato da Repubblica e l'Unità gli dedica l'apertura della pagina politica, com'è successo ancora ieri per informare l'opinione pubblica democratica che infine il dado è tratto, Ichino ha trovato «piena cittadinanza» ed è candidato nel grande partito guidato da Veltroni. Il neonato partito pigliatutto ha accolto le condizioni che il giuslavorista aveva posto prima di accettare l'offerta. Ichino diventa così l'icona delle politiche del Pd sul lavoro e parte subito in quarta: via l'articolo 18. Se in un ipotetico governo del Pd gli venisse proposto di fare il ministro del lavoro accetterebbe volentieri, ma a condizione - Ichino pone sempre delle condizioni - di essere libero di applicare le sue idee sul settore pubblico, sul contratto unico flessibilizzato, sullo spostamento della contrattazione collettiva verso la periferia e il secondo livello, e via revisionando e flessibilizzando. Ci farebbe rimpiangere Cesare Damiano. Ichino interpreta con coraggio, e non da oggi, un sentimento e una pratica diffuse tra gli eredi principali della sinistra, ansiosi di liberarsi dai lacci e lacciuoli delle ideologie, perché un solo mondo è possibile, in cui le regole dell'economia e del lavoro sono dettate dall'altra sponda dell'Atlantico e dagli organismi finanziari internazionali. Il professore è stato oggetto di molte e ripetute critiche per le sue posizioni «eterodosse», come lui stesso ama orgogliosamente definirle. Soprattutto dall'interno della Cgil che ha sempre sostenuto posizioni, se non proprio opposte, certo assai diverse. Basti leggere gli atti dell'ultimo congresso. O il lavoro del valente gruppo di giuslavoristi che elaborano le strategie della confederazione. Domenica a Roma una parte significativa della sinistra Cgil, insieme a Epifani, renderà pubblico il suo sostegno a Walter Veltroni e al Pd. E' così naturale, per questi dirigenti sindacali, militare nello stesso partito di Pietro Ichino? Forse qualcosa è cambiato nel maggior sindacato italiano. Forse anche le politiche del lavoro della Cgil - contratti nazionali, democrazia, rappresentanza, salari - stanno cambiando, come sembra di capire dalla bozza di documento con cui, insieme a Cisl e Uil, Guglielmo Epifani intende presentarsi all'incontro con le controparti padronali per riformare le regole stabilite con gli accordi del '92-'93. Una bozza apertamente contestata dalla Fiom e dalle aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 aprile e maldigerite da molte Camere del lavoro. Come si fa a ridurre il contratto nazionale al recupero (e non è chiaro di quale entità) dell'inflazione, rinunciando a qualsiasi miglioramento salariale, a qualsiasi forma di redistribuzione della ricchezza prodotta dai lavoratori? Come si fa a ignorare che il secondo livello contrattuale è un «lusso» di pochissimi, e a dire che tutto il salario che quei pochissimi riusciranno a conquistare dovrà essere legato alla produttività, dove per produttività le imprese intendono il plus valore? Se fosse così, se realmente fosse in atto una trasformazione di sistema nel mercato del lavoro, nel rapporto tra lavoratori e sindacati e tra sindacati e imprese, accompagnata anche dalla disponibilità della Cgil, allora si spiegherebbe la compatibilità ieri impensabile di una parte maggioritaria del sindacato di Epifani con le tesi di Ichino. Il dubbio viene rafforzato dal fatto che in alcune realtà del nord, in particolare in Lombardia, già oggi i corsi di formazione sui diritti del lavoro destinati ai sindacalisti e ai delegati sono affidati dalle Camere del lavoro non ai giuslavoristi della Consulta della Cgil, ma proprio a Pietro Ichino. Che del resto è da sempre militante della Cgil, così come chi ne contesta le tesi. Ha ragione Carlo Podda, segretario della categoria che rappresenta i «fannulloni» del pubblico impiego, quando sul manifesto di oggi chiede non soltanto al Pd, ma anche al suo sindacato, di scegliere una linea sul lavoro, e di dire se le risoluzioni congressuali sono ancora valide e dunque Ichino ha torto, oppure se è cambiata la linea della Cgil. Anche a noi, che non capiamo perché un pezzo di sinistra Cgil abbia deciso di andare a benedire Veltroni e il partito di Ichino, piacerebbe sapere se domani, di fronte a un tentativo di un «nuovo» governo di cancellare l'articolo 18, troveremmo ancora la Cgil al Circo Massimo insieme a tre milioni di lavoratori.

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