Cari ragazzi, il moralismo non serve

Il regista di «Come tu mi vuoi» ribatte alle critiche: non celebro consumismo e machismo, anzi li denuncio Ma evitando le solite ipocrisie. E senza «happy end»

Caro direttore,
mi ha fatto molto piacere leggere sulla prima pagina del suo giornale gli interventi critici di Antonio Polito, Michela Vittoria Brambilla e Marco Follini sul mio film Come tu mi vuoi. Piacere, anche se sono critiche, perché dimostrano che lo scopo del film è stato raggiunto: ha suscitato un dibattito acceso su un fenomeno di costume reale, quello della dittatura dell'immagine imposta dalla società dei consumi, sia tra gli intellettuali che tra i ragazzi che incontro ogni giorno per la presentazione del film. Mi pare però che, in questa polemica, non sia stato colto il mio intento di usare un «teen movie», una commedia di costume, come provocazione politicamente non corretta fin dal titolo Come tu mi vuoi: una sorta di cavallo di Troia per entrare nel fortino degli adolescenti, e non solo visto l'ampio interesse suscitato, e seminare germi di critica sociale. Mi pare che invece il messaggio sia stato travisato, preso alla lettera come consacrazione di un certo modo di vivere. Sono d'accordo con il senatore Polito quando dice che se nel mainstream passano con disinvoltura certi contenuti vuol dire che la realtà è ben peggiore. Proprio per questo ho provato a riderci su, con un film e l'omonimo romanzo.

Quand'ero adolescente soffrivo molto quando mi accorgevo dell'ipocrisia del mondo adulto, del profondo scollamento tra le leggi morali proclamate e quello che accadeva nella realtà. Per questo nel mio film non ho fatto moralismo, ho nascosto in trama i contenuti perché i ragazzi li tirassero fuori da soli, ho cercato di usare un linguaggio politicamente scorretto, cattivo e in sintonia con le loro esperienze. È sbagliato che i critici, o gli osservatori politici, non considerino i ragazzi come un pubblico importante, in questo modo non si riuscirà mai a parlare con loro, che sono il futuro del nostro Paese. Giovani affamati di contenuti, di indicazioni tangibili su come districarsi nella vita reale e sempre meno interessati alle ideologie, rese deludenti dal vuoto della politica e dalla conseguente politica del vuoto che da troppi anni impera. Il titolo stesso è una provocazione nei confronti del loro tentativo di incasellare in un genere i gusti giovanili.

Quanto al copione «da medioevo», come lo definisce, temo senza aver visto il film, Michela Vittoria Brambilla, a essere da medioevo è la realtà in cui viviamo, che opprime il femminile e le classi meno abbienti con un immaginario iniquo e inarrivabile. Io sono figlio di una femminista che mi portava in passeggino ai collettivi di autocoscienza. Ho sentito il bisogno di scrivere questa storia proprio guardando le pubblicità e certi programmi tv trash che fanno largo uso della «mercificazione della donna», come direbbe Giada, il personaggio principale del mio film. Mi chiedevo, per quanto onestamente conturbato come tutti gli uomini dalle grazie della carne, perché le donne, salvo alcuni casi isolati, non protestassero in maniera veemente, ma si adeguassero passivamente al modo in cui vengono rappresentate e considerato in cambio, nel migliore dei casi, di una galanteria d'accatto. Il film non risolve il problema, ci mancherebbe: il cinema può al massimo sottolinearlo, per risolverlo ci sono altre sedi, a cominciare dalla politica. Non c'è un vero «happy end» consolatorio e buonista, perché la realtà raramente ne offre, ma che Come tu mi vuoi faccia parlare e pensare è il miglior finale che potessi sperare.

Lo sguardo è puntato sulla società e sui valori sotterranei che trasmette. Dove siamo arrivati? La risposta è tutta intorno a noi. Sono proprio i giovani, i più esposti, a saperlo bene, e non lo imparano da un film, in cui al limite possono riconoscersi, ma da quello che, giocoforza, vivono sulla loro pelle. Parlarne è il primo passo per cercare delle risposte soddisfacenti e autonome e non posticciamente pensate da altri.

18 novembre 2007

di VOLFANGO DE BIASI

19 novembre 2007 · Antonio Scognamiglio

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