Il prelievo forzoso sui conti correnti - la differenza tra Cipro e Italia ed un pò di storia

In tempi non remoti, a Cipro, quando le banche, senza alcun preavviso (e per di più in prossimità di una festività nazionale) hanno chiuso gli sportelli e bloccato i bancomat stava scoppiando una rivoluzione.

In Italia, invece, non è avvenuto nulla, anche perché, su tale argomento, non c'è stata molta informazione.

Anzi. In molti, osservando quello che stava avvenendo a Cipro, hanno pensato che non sarebbe stato un caso isolato. I fatti, almeno in Italia, stanno confermando che il prelievo dai soldi dai conti correnti dei cittadini sta per diventare realtà.

Avendo recepito la Legge di delegazione europea 2014, il governo, come accennato, ha autorizzato le banche a fare quello che in tecnicese viene chiamato bail-in: gli istituti che presentano problemi finanziari ed economici, invece di ricorrere a fonti esterne per recuperare le perdite (bail-out), potranno “scaricare” parte delle proprie perdite sui conti correnti dei propri clienti (al di sopra dei centomila euro) e farle pagare agli azionisti e ai creditori non garantiti.

Un trucchetto finanziario, fino all'approvazione, volutamente taciuto (ovviamente per evitare la corsa degli italiani a svuotare i conti correnti e a svendere le proprie azioni).

In questo modo i danni causati dalle speculazioni azzardate dei banchieri non saranno più pagati dai responsabili, ma dai correntisti e da alcune categorie di azionisti.

Un sistema, quello introdotto in grande silenzio dal “nuovo che avanza” (al secolo il governo di Matteo Renzi e dai parlamentari che lo sostengono), che non è affatto nuovo.

Ad imporre una misura simile fu Giuliano Amato durante il suo primo mandato da Presidente del Consiglio e, precisamente, l'11 Luglio 1992. Allora il governo Amato emise un decreto che prevedeva, tra l'altro, il prelievo forzoso di denaro (il 6 per mille) dai conti correnti bancari e, come se non bastasse, retroattivamente. Ai tempi scoppiò uno scandalo. La norma, assolutamente impopolare, venne giustificata affermando che il Paese si trovava in una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica.

Oggi, ad essere in crisi non è tanto la finanza pubblica quanto, piuttosto, le banche: nonostante il governatore della Banca d'Italia Visco abbia parlato di “crediti deteriorati, oggi pressoché inesistenti”, altri numeri (quelli dello studio condotto dall'Associazione bancaria italiana e dal Cerved) parlano di 189 miliardi di euro di “sofferenze” delle banche italiane. Una somma enorme, resa ancora più pericolosa dal fatto la sua incidenza sul totale dei crediti erogati è doppia rispetto alla media aggregata dell'Eurozona (dati confermati dalla stessa Banca d'Italia, a dicembre scorso).

Come se non bastasse, sulle banche grava l'agonia finanziaria della Grecia: nelle ‘cassè delle banche italiane giacciono junk bond greci (“titoli spazzatura”, come si definiscono in “tecnicese”) per oltre 40 miliardi di euro.

L'Italia è il terzo Paese europeo per possesso di titoli di Stato ellenici (dopo Germania e Francia, dati Bloomberg), e il default della Grecia non potrebbe non avere conseguenze pesanti sulla situazione delle banche italiane.

Ad essere in crisi oggi, dunque, non è l'Italia: sono le banche, le quali poi scaricano le conseguenze del loro modo di gestire la finanza sul Paese.

E siccome in Europa i governi non hanno a cuore gli interessi dei cittadini, ma gli interessi (finanziari ed economici) delle banche, non sorprende che il governo italiano, abbia deciso di correre in loro soccorso.

E, come al solito, l'ha fatto creando i presupposti per spremere le tasche dei cittadini.

Già, saranno loro, i cittadini, che pagheranno per le cattive gestioni delle banche. Saranno i cittadini ad essere “prestatori di ultima istanza”.

In altri Paesi sono le banche centrali a farsi carico, letteralmente, delle insolvenze del sistema bancario ricorrendo alle ricapitalizzazioni. Negli USA, dopo la crisi finanziaria del 2008, è stata la FED ha salvare le banche americane, stampando moneta; analogamente in Gran Bretagna, la Bank of England ha comprato i titoli marci della banche inglesi. In genere, in un Paese, se una banca rischia il fallimento, è la Banca centrale di appartenenza che, grazie al potere di emettere valuta, ricapitalizza le perdite.

Ma non in Europa.

Nel Vecchio Continente a pagare, come già ricordato, saranno i cittadini.

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