In due giorni sono fallite sei imprese grosse americane

E infatti tutto crolla: in due giorni sono fallite sei imprese grosse americane, tutte più o meno dipendenti dall'industria immobiliare e della famiglia: «Linens’n Things» e «Home Interiors», arredamento, per 650 e 310 milioni di dollari, poi Kimball Hill per 703, French Lick Resort per 142, Recicled Paper Greetings per 187, Tropicana Entertainmente per oltre 2 miliardi. Per confronto, nell'intero annno precedente, i fallimenti di questo livello sono stati in tutto 17. Ora, invece, cominciano le bancarotte a catena.

Motivo: queste imprese si sono immensamente indebitatre nei giorni recenti del credito facile, e non possono più far fronte ai loro impegni nell'oggi del credito limitato e costoso, quando le vendite diminuiscono. E almeno i due terzi delle aziende quotate hanno un rating da pre-insolvenza (nell'ultimo collasso precedente, la esplosione della bolla sulle «dot.com», le aziende in quello stato furono il 50%).

Chiusure in massa, licenziamenti in massa, salari che spariscono in massa. E non solo in USA.

«Quella di cui vediamo lo svolgimento è una recessione globale», dice Albert Edvards, stratega finanziario alla Société Genérale: «Niente e nessun luogo ne sarà immune. La liquidità si prosciuga, e finirà per schiacciare le due bolle in corso: i mercati emergenti e le materie prime».

Ragionamento classico: in una recessione globale, non solo cala la domanda di materie prime, ma non ci sono soldi per comprarle ai prezzi alti correnti. Anche i «mercati emergeni» (Cina, India, Asia) esporteranno meno, e chiederanno meno materie prime. Dunque, prima o poi i prezzi di petrolio e grani dovrebbero almeno calmarsi. E' lo scenario deflazionistico.

Ma questo scenario trascura il fatto che se l'Occidente non naviga nella liquidità, alcuni Stati, i soldi li hanno. Anzi ne hanno le casseforti piene. Le riserve della Cina, negli ultimi quattro anni, si sono quadruplicate, ed ora sono pari a 1.068 miliardi di dollari; l'India le ha triplicate, ed ora dispone di 303 miliardi; il Brasile ha quadruplicato, ed ha in cassa 189 miliardi di dollari. Le riserve della Russia erano sui 73 miliardi nel 2004, ed oggi sono 493. I Paesi OPEC hanno aumentato le loro riserve di un altro 42% solo nell'ultimo anno.

Ma basta pensare ai primi tre - Cina India e Brasile - perchè s’imponga una domanda scomoda. Perchè questi tre non solo hanno miliardi di dollari, ma miliardi di bocche da sfamare. La domanda la pone l'economista Doug Noland:  «Quanto saranno disposte a pagare Cina, India, Russia e Paesi asiatici per procurare adeguati rifornimenti di cibo ed energia alle proprie popolazioni?» Non lo sappiamo.

Ma possiamo immaginare che Pechino non sfiderà il disordine sociale per risparmiare le sue montagne di dollari, negando alimenti a prezzo di sussidio alle sue popolazioni. E nemmeno India, Russia e Brasile. Compreranno a qualunque prezzo, in violazione di ogni dogmatismo teorico sulla legge della domanda-offerta, a dimostrare che grano riso e petrolio sono qualcosa di più di «merci» in listini variabili; sono «necessità» umane e sociali.

«E quelle riserve così massicce costituiscono un potere d'acquisto quasi senza limiti: sta per cominciare un'asta mondiale a chi offre di più, che instaurerà un'epoca inflazionaria».

di Maurizio Blondet

14 maggio 2008 · Antonio Scognamiglio

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