Assegno protestato per mancanza fondi - La banca non ha obbligo di avvertire il correntista

Non esiste nessun obbligo, da parte della banca, di avvertire il cliente prima di elevare il protesto di un assegno emesso per mancanza di fondi.

Questo è quanto deciso dalla Corte di Cassazione, con la sentenza numero 3286 del 12 Febbraio 2013, in cui ha sancito che: non sussiste un obbligo, da parte della banca, di informare il correntista dell'assegno e vuoto; il protesto, quale evento dannoso, non è riferibile alla condotta dell'istituto di credito, seminai è a carico del correntista che non poteva certo essere all'oscuro della reale consistenza del conto in questione.

Gli ermellini, hanno così accolto l'appello promosso da una banca, la quale era stata erroneamente condannata in grado di appello, al risarcimento dei danni subiti dal correntista per non esser stato avvertito dalla banca al momento dell'elevazione del protesto.

I giudici d'appello, avevano affermato si fosse verificata una lesione dell'interesse protetto, come stabilito dall'ex articolo 2043 del codice civile: Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.

Questo, sulla base della storica sentenza della Suprema Corte, numero 500 del 1999, che sanciva: "La lesione di un interesse legittimo, al pari di quella di un diritto soggettivo o di altro interesse (non di mero fatto ma) giuridicamente rilevante, rientra nella fattispecie della responsabilità aquiliana solo ai fini della qualificazione del danno come ingiusto. Ciò non equivale certamente ad affermare la indiscriminata risarcibilità degli interessi legittimi come categoria generale. Potrà infatti pervenirsi al risarcimento soltanto se l'attività illegittima della P.A. abbia determinato la lesione dell'interesse al bene della vita al quale l'interesse legittimo, secondo il concreto atteggiarsi del suo contenuto, effettivamente si collega, e che risulta meritevole di protezione alla stregua dell'ordinamento. In altri termini, la lesione dell'interesse legittimo è condizione necessaria, ma non sufficiente, per accedere alla tutela risarcitoria ex articolo 2043 del codice civile, poiché occorre altresì che risulti leso, per effetto dell'attività illegittima (e colpevole) della P.A., l'interesse al bene della vita al quale l'interesse legittimo si correla, e che il detto interesse al bene risulti meritevole di tutela alla luce dell'ordinamento positivo".

La Corte, invece, ha precisato che una tale aspettativa, non può ricevere tutela dall'ordinamento, posto che trattasi di un interesse di mero fatto, per nulla assimilabile ad un interesse legittimo, risultando del tutto erroneo il richiamo operato della Corte di Appello alla decisione delle Sezioni Unite del 1999, in quanto non pertinente.

Inoltre, neppure può ravvisarsi una condotta illecita ai sensi dell'articolo 2043 del codice civile tenuta dalla banca e tale circostanza, da sola, impedisce di configurare il presupposto alla base del quale si pone il diritto al risarcimento.

Con queste motivazioni, quindi, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso principale, accogliendo quello dell'istituto di credito e, ha rigettato la domanda di risarcimento dei danni.

Forse sarebbe meglio, per lei, accettare il protesto e rinunciare al risarcimento, ed accorgersi la prossima volta della mancanza dei fondi, prima di emettere un assegno.

6 marzo 2013 · Giuseppe Pennuto

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