Le sentenze che hanno sancito l'illegittimità dei dirigenti dell'Agenzia delle Entrate nominati senza concorso pubblico

Facciamo un breve riepilogo di tutte le pronunce più importanti, in ordine di tempo, che hanno sancito l'illegittimità dei dirigenti dell'Agenzia delle Entrate nominati senza concorso pubblico.

La prima, in ordine cronologico, è stata la sentenza 37/2015 della Corte Costituzionale, la quale ribaltato le norme salva cartelle esattoriali e dichiarato illegittimi i dirigenti dell'Agenzia delle Entrate.

Come sancito dalla Corte, i dirigenti dell'Agenzia delle Entrate che hanno rivestito il ruolo di dirigenti di fiducia presso l'Amministrazione finanziaria, non perché avessero vinto il concorso ma solo per coprire dei posti vacanti per un certo periodo di tempo, sono tutti fasulli.

Come ampiamente chiarito, ma vale la pena di ribadirlo, il decreto legge del 2012 aveva tentato di porre rimedio alle cariche temporanee dei falsi dirigenti, prorogando il tempo di durata della loro carica provvisoria e di conseguenza sanando tutti i vizi di legittimità degli atti firmati dai dirigenti senza titoli.

Ma la Corte Costituzionale ha sconfessato il decreto legge, ed esprimendosi sulla questione di legittimità costituzionale, ne ha dichiarato la sua illegittimità.

Dunque, l'Agenzia delle Entrate, a far data dal 1992, per carenza di organo direttivo ha fatto ricorso a delle reggenze che sono per natura provvisorie ed ha illegittimamente autorizzato a firmare degli atti in qualità di dirigenti, dei funzionari pubblici senza qualifica né titoli né alcun conferimento di legge.

Questa evidente illegittimità eseguita dall'Agenzia delle Entrate è già stata censurata dal TAR Lazio nella precitata Sentenza, ma la logica conseguenza non può che essere l'inesistenza di tutti gli atti che questi funzionari reggenti, ma non dirigenti, hanno firmato e trasmesso.

L'Agenzia delle Entrate, dando incarico di dirigenti a semplici funzionari non in possesso della qualifica relativa, ha ecceduto nel suo potere di deroga a norme di rango superiori, al di fuori delle ipotesi tassativamente previste dalla legge, senza indicazione del termine di durata e senza che l'Ente abbia provveduto a bandire le procedure concorsuali per l'accesso alla qualifica dirigenziale.

Eppure la Costituzione è chiara quando esplica che agli impieghi nelle Pubbliche si accede per pubblico concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.

Cosa si evince da tutto ciò?

In tutti questi anni c'è stato un eccesso di potere e sviamento. L'Agenzia delle Entrate con quella delibera, ma ormai era prassi dal 1992, oltrepassava i limiti della propria autonomia regolamentare violando i principi fondamentali per l'acceso alla qualifica dirigenziale.

Si fa presente, inoltre, che è stato accertato nella sentenza del Tar del Lazio che ci sono 767 posti di Dirigenti coperti temporaneamente tramite incarichi ad interim o vacanti.

Insomma, più della metà dei dirigenti che hanno firmato gli atti in questi anni non avevano i poteri per farlo.

Successivamente, la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale della Lombardia numero 2842/15 del 22 giugno 2015 aveva ribadito che gli accertamenti fiscali firmati, o anche soltanto rilasciati su delega, da uno dei dirigenti illegittimi fossero nulli.

E, cosa ancora più importante, la loro nullità può essere stabilita anche d'ufficio.

Inoltre la Commissione tributaria aveva presentato un esposto alla Corte dei Conti perché, in questo pasticcio dell'Agenzia delle Entrate, vi erano presupposti per il danno erariale.

In parole povere, l'Agenzia delle Entrate dovrebbe risarcire i cittadini in due modi: in primis per gli accertamenti nulli disposti dai dirigenti illegittimi, ma anche l'intera comunità per il buco creato nelle casse dello Stato a causa del mancato introito proveniente dagli accertamenti fiscali.

Proprio per questo, i giudici tributari della Lombardia hanno inviato alla Procura della Corte dei Conti un rapporto su eventuali responsabilità per danno erariale e alla Procura della Repubblica una denuncia per eventuali rilievi penali del giudice collegiale tributario che abbia omesso le doverose denunce.

E' ovvio che l'Agenzia delle Entrate farà ricorso in Cassazione e, in questa sede, l'esito del processo potrebbe essere ribaltato.

In caso contrario, l'Agenzia con il suo esercito di dirigenti illegittimi sarà chiamata a colmare il buco creato nelle casse dello Stato.

Ultimo intervento giurisprudenziale in ordine cronologico, sulla storia dei dirigenti fasulli dell'Agenzia delle Entrate, è quello della Corte di Giustizia Europea.

Per la Corte di Giustizia, il contribuente non deve allegare alcuna prova quando contesta vizi di forma come la mancanza di poteri del dirigente che ha firmato l'accertamento fiscale: spetta all'Agenzia delle Entrate la prova contraria.

Questa la decisione dei Giudici di Lussemburgo che si evince dalle sentenze C-129/13 e 130/13.

Accertamenti fiscali nulli perché firmati da falsi dirigenti dell'Agenzia delle Entrate: sono parole che fanno tremare la terra, quelle che escono dalla Corte di Giustizia Europea che appella i funzionari del fisco come usurpatori di funzioni pubbliche, in quanto hanno sino ad oggi firmato degli atti arrogandosi poteri di una qualifica superiore che, in realtà, come definitivamente sancito dalla Corte Costituzionale, non avevano mai conseguito con un regolare concorso.

Seguendo il principio fornito dai giudici Ue, il contribuente ha gioco facile in causa: infatti, ogni volta in cui questi contesti un vizio formale di un atto fiscale, come, appunto, la carenza di poteri di chi lo sottoscritto, non spetta a lui dimostrare i fatti a fondamento di ciò (ossia, procurarsi il curriculum vitae del funzionario), ma è piuttosto l'Agenzia delle Entrate che deve fornire la prova contraria (dimostrare, cioè, che il firmatario ha conseguito il posto a seguito di regolare concorso).

Così, il danno erariale è più che un sospetto: perché, operando in tal modo, l'Agenzia delle Entrate ha esposto al rischio di nullità, ormai confermata dai giudici di mezza Italia, i propri accertamenti fiscali, impedendo la riscossione dell'evasione fiscale e, peraltro, esponendo lo Stato alla condanna delle spese processuali.

Sembra, dunque, non ci sia modo, per il fisco, di riparare all'errore e chi non ha fatto ancora ricorso è sempre in tempo per agire, in quanto la nullità non conosce termini di decadenza e la relativa eccezione può essere sollevata in ogni stato e grado di giudizio.

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