A Paul Krugman il Nobel per l'economia - Ma questa è una ingiustizia: Pietro Giuliani è il vero vincitore morale!

Dopo lo scippo del Nobel per la Fisica al professor Cabibbo, l'Italia subisce un altro affronto: d'accordo, Paul Krugman si è distinto per le sue "azzeccate" previsioni sulla crisi subprime (sotto riportate).

Ma vogliamo raffrontare le predizioni di Paul Krugman con quelle dell'astro nascente  Pietro Giuliani, seguendo i  consigli del quale, tanta gente si è arricchita?

Paul Krugman economista e professore di Economia e di Relazioni Internazionali all'Università di Princeton “mutui subprime, il peggio alle spalle” Corriere della Sera 11 maggio 2008.

«Regole, non statalismo Così tornerà la fiducia»

Krugman: mutui subprime, il peggio alle spalle

WASHINGTON - 11 maggio 2008 -  Paul Krugman, docente di economia a Princeton, l'università di Einstein, è l'uomo che predisse le crisi finanziarie degli Anni Novanta, dal Messico alle "tigri" asiatiche. Oggi, opinionista del New York Times, è uno dei più aspri critici del bushismo in genere e della bushnomics in particolare. Nel suo ultimo libro, «La coscienza di un liberal», ha auspicato un altro new deal.

Krugman vorrebbe una regolamentazione della finanza, che oggi premia a suo parere le corporation e i manager meno scrupolosi, e una globalizzazione meno selvaggia. L'economista sta per arrivare in Italia, uno dei suoi paesi preferiti, per il Festival dell'Economia di Trento. La crisi finanziaria è finita? Causerà una recessione? «Non sappiamo ancora se sia finita, il quadro è misto. Su alcuni fronti la situazione è più serena, ad esempio su quello creditizio. Ma ci sono state enormi perdite, e già due volte abbiamo pensato di averla superata. Comunque per la prima volta da agosto sono disposto a dire che il peggio potrebbe essere passato, anche se non ve n'è la certezza, a meno che non si verifichi una recessione molto seria». Recessione è un termine che il presidente Bush rifiuta di usare: la recessione esiste, ci sarà? «È una disputa concettuale.

Per il momento, non si registra una brusca caduta generalizzata dell'economia. Ma l'economia rischia di indebolirsi sulla scia della crisi finanziaria. E la condizione economica dei cittadini peggiora anche quando la produzione cresce: in termini reali il reddito scende, mentre aumentano le spese. Non solo per la salute e l'energia, anche per gli alimentari». Nella crisi la Fed ha dimostrato un certo pragmatismo: è la carta vincente? «La Fed è sempre stata piuttosto pragmatica. Ma il presidente Bernanke ha il merito di avere imparato le lezioni del ‘ 30-‘ 31, la Grande Depressione, e della paralisi del Giappone degli Anni Novanta. Non ha il talento del predecessore Greenspan di impersonare il Mago di Oz, ma la necessità lo ha reso creativo, non è rimasto a guardare, è intervenuto d'urgenza, improvvisando.

Il problema è che la prossima volta, e ci sarà una prossima volta, non basterà». Perché? «Perché la Fed come istituzione non ha tenuto il passo coi nuovi strumenti di cui si sono dotate le banche e la finanza per aggirare le norme stabilite dopo il ‘ 31, a partire dagli hedge fund. Nel 1907, negli Stati Uniti scoppiò una crisi che fu risolta dal grande banchiere J. P. Morgan. Fu una delle ragioni per cui venne creata la Fed, con un compito preciso: regolamentare le banche e la finanza. Occorre tornare a quella filosofia, finirla con l'ideologia esasperata del libero mercato». Un ritorno alla regolamentazione non segnerebbe la sconfitta del capitalismo anglosassone? La vittoria dello statalismo? «Regolamentazione non è statalismo, se la si rifiutasse, e temo che potrebbe accadere, saremmo daccapo: troppe innovazioni finanziarie incontrollate sono risultate dannose, e il dogma che la libera se non sfrenata circolazione di capitali arreca benefici a tutti è falso, ne vediamo adesso i rischi. Il crollo dei subprime ha destato il sospetto che ci sia qualcosa di marcio nel sistema. Regolamentandolo, senza eccessi, lo si può risanare e indurre il pubblico a ridargli fiducia». Questo non imporrebbe un limite alla globalizzazione? È fondata l'accusa che è sperequativa e anti sociale? «La tendenza alla globalizzazione è giusta. Ma spesso il modo con cui viene realizzata non lo è. Finisce per contribuire alle disuguaglianze da noi, perché deprime gli stipendi e i salari, e per creare squilibri nei paesi terzi. Questo è il guaio maggiore per gli Usa e l'Ue, non la fuga dei posti di lavoro: l'Occidente è capace di generare impieghi, ma essi debbono rimanere remunerativi. Battersi a questo scopo è il ruolo dei sindacati. Da parte sua, lo Stato deve provvedere meglio alle famiglie». Barack Obama e Hillary Clinton propongono il protezionismo come rimedio ai vizi della finanza e della globalizzazione. È un loro espediente elettorale o un credo della sinistra? «Il liberismo non è totalmente accettato dagli americani, forse perché non sanno analizzarne gli effetti: è una elite, compresi noi economisti, ad insistere sul "free trade". Nessuno dei due candidati democratici abbandonerebbe però il Nafta, la nostra zona di libero scambio, né imporrebbe tariffe contro l'Europa. Il fatto è che negli Stati Uniti c'è una certa spinta a rallentare la liberalizzazione degli scambi. In futuro vedremo meno accordi, ma non grossi passi indietro». La ricetta del candidato repubblicano John McCain è fermamente liberista. Il liberismo è un monopolio della destra? «La sua linea è quella storica dei repubblicani. Ma non è facile dire fino a che punto la politica di McCain sarebbe diversa, in concreto, da quella di Obama o Hillary. Negli ultimi 25 anni i repubblicani sono stati più protezionisti dei democratici». Si parla molto dell'invasione dei prodotti cinesi: la Cina è una minaccia per l'Occidente? «La Cina non è un nemico, è un concorrente che ci rende difficili le cose. Ma non tanto per le sue esportazioni, quanto perché consuma più risorse naturali facendone salire i prezzi e inquina di più. Già negli anni Settanta si verificarono un tremendo rincaro del petrolio e una crisi alimentare globale.

Ma oggi la situazione è più grave, perché la Cina e altri Paesi emergenti continueranno a crescere e le risorse del pianeta non sono inesauribili». Che cosa può fare l'Occidente? «Intanto risparmiare energia e cercare fonti alternative. Poi arginare i cambiamenti climatici e produrre più cibo. I prezzi vanno contenuti, altrimenti il nostro livello di vita calerà e i Paesi più poveri si troveranno sull'orlo del precipizio. La sfida non è congiunturale, è strutturale». Lei sarà a fine mese a Trento per la terza edizione del Festival dell'Economia, dedicata a «Mercato e Democrazia». Di cosa parlerà in quell'incontro? Qual è il giudizio dell'economia italiana? «Non ho ancora scelto il tema del mio intervento. Sto facendo una ricerca sull'Italia, e devo dire che la povertà della sua performance economica nell'ultimo decennio e il ristagno della sua produttività mi hanno sorpreso. Molte altre nazioni europee hanno fatto meglio.

L'Italia ha una debolezza di fondo che è stata accentuata dall'euro quando si è legata ad economie più forti come quella tedesca». È stato sorpreso dal risultato elettorale? Lo attribuisce anche lei alla sicurezza e agli immigrati? «Sono un liberal e la sconfitta del centro-sinistra mi ha deluso. Se c'è un campo in cui noi americani siamo adesso più a nostro agio di voi è quello della sicurezza e dell'immigrazione. Misteriosamente, la criminalità è in calo in America, e gli immigrati non sembrano pesare sulle elezioni. Non solo Obama e Hillary ma anche McCain è aperto nei loro confronti».

di  Ennio Caretto

13 ottobre 2008 · Patrizio Oliva

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  • karalis 13 ottobre 2008 at 18:40

    Paul Krugman, cui oggi è stato assegnato il Nobel 2008 per l'economia, si è detto "shockato" per il riconoscimento: "E' molto gratificante - ha commentato Krugman - ma è così strano che quasi non me ne riesco a occupare. Penso che ci vorrà qualche giorno prima che possa rendermene conto". Krugman, vincitore unico quest'annno, è stato premiato per la sua "analisi dei modelli di commercio" in particolare quelli nei quali i Paesi potrebbero guadagnare dall'imposizione di barriere protezionistiche. "Quando ho cominciato a lavorare su questo tema, il commercio mondiale era molto più ristretto di adesso - ha detto Krugman - Immagino voi direte che sono stato ‘globalè prima che lo fosse il mondo. Nella seconda parte di questo lavoro mi sono preoccupato di seguire la collocazione di persone e industrie all'interno dei vari paesi e certamente dobbiamo guardare a questi risultati di crescita urbana e regionale come risultati imprescindibili"

    Beh che sia shockato ci credo ... non si rende conto del perchè sia stato premiato. La massima comprensione mister Krugman.