2008 l'anno del crack

La Federal Reserve ha deciso, domenica pomeriggio, un nuovo ribasso dello 0,25% sul tasso che pratica nel rifinanziamento delle banche ed ha annunciato l'apertura di un altro sportello di rifinanziamento per banche in difficoltà.

JP MORGAN ha comprato BEAER STEARNS a due dollari per azione quando appena venerdì il titolo quotava 30 dollari (dopo una caduta del 50% avvenuta nelle ultime settimane).

La FED è ormai in preda al panico!

Maurizio Blondet, in un articolo del gennaio u.s. rievoca i frenetici eventi che precedettero e seguirono il crack del '29:

Il Giovedì nero, 24 ottobre, i titoli non trovano compratori a qualunque prezzo, e il Dow Jones (che era a 381 a settembre) perde 22,6%.Tumulti si susseguono davanti ai portoni del New York Stock Exchage dove una folla immensa di piccoli azionisti che cerca di entrare - per vendere - si vede sbarrare il passo dalla sicurezza e poi dalla polizia. I cinque maggiori banchieri d'affari di New York si riuniscono nella sede di J.P. Morgan & Co., e raccolgono fra loro liquidità da iniettare in Borsa. E' il primo Plunge Protection Team in azione.

Il capo della J.P. Morgan, Thomas Lamont, dichiara ai radioreporter: «C'è stata una piccola quantità di vendite in perdita. E' parere condiviso del nostro gruppo (consensus: il primo Washington consensus) che per lo più le quotazioni di Borsa non rappresentino fedelmente la situazione. [essa] è suscettibile di migliorare».
Basta questo annuncio a provocare una lieve ripresa: nella lingua di legno dei banchieri, il pubblico ha capito che interverranno loro per sostenere i corsi. E difatti alle 13.30 i grandi banchieri entrano a Wall Sreet. A loro nome parla Richard Withney, vicepresidente della Borsa di New York.
Ad alta voce, ostentatamente, chiede: a quant'è il titolo Us Steel?
A 198 dollari, gli rispondono (era a 262 pochi giorni prima).
E Withney: «Ne compro 25 mila a 205».
Ripete la cosa per una dozzina di titoli.
I corsi rialzano, a fine giornata le perdite sono limitate a un «normale» 2,1, il Dow è risalito a 299,47.
Tutti sospirano di sollievo.
Specialmente i fattorini e le dattilografe, che si sono indebitati per giocare: è il momento di vendere e chiudere i debiti, si dicono. Il volume degli scambi è quadruplicato, dai 3 milioni di una giornata normale a quasi 13 milioni. Nonostante tutto, i corsi tengono miracolosamente venerdì.
Tengono anche la mezza giornata di sabato, fra alti e bassi pazzeschi.

I banchieri passano la domenica a congratularsi: siamo salvi. E domani, non eserciteremo alcuno «stimulus».
E' il Lunedì Nero, 28 ottobre: passano di mano oltre 9 milioni di titoli, il Dow ricade a 260,64. General Electric perde in poche ore 48 punti, Eastman Kodak 42, Westinghouse 34.
Il 29 ottobre, Martedì Nero: il volume degli scambi sale a 16,4 milioni, le telescriventi subissate comunicano i valori con 2 ore di ritardo, aumentando il panico: nessuno sa a quanto ha venduto i titoli, quanto ha perso, quanto non potrà restituire alle banche creditrici che già spediscono telegrammi con l'ingiunzione: «Rientrare immediatamente».
Winston Churchill, che è a New York ed è sul punto di perdere nel disastro 500 mila dollari, racconta di aver visto uno speculatore rovinato buttarsi da un grattacielo.

Il contraccolpo sull'economia reale è quasi immediato nelle settimane seguenti.Le banche, colpite dalle perdite nette delle migliaia di piccoli speculatori indebitati che non ripagano il debito, sono costrette a restringere il credito. Le grandi imprese restano a corto di capitale, le più esposte o deboli falliscono; le banche stanno ancora peggio e restringono ancora la borsa. La disoccupazione cresce.
Il 2 dicembre, il presidente degli Stati Uniti Edgar Hoover convoca politici, banchieri, capitani d'industria per contribuire tutti insieme ad elaborare il pacchetto di salvataggio.
Il Congresso offre di varare, in concordia bipartisan, un taglio fiscale di 160 milioni di dollari di allora (22 miliardi di dollari di oggi, molto meno dello stimulus di Bush, che è di 150 miliardi).
La Federal Reserve promette credito a basso costo, promessa vana perché l'iniezione di liquidità che poteva fornire, allora, era limitata dalla quantità d'oro che sosteneva la cartamoneta. In ogni caso, è una gara commovente al soccorso.

Le grandi imprese promettono: nessuna riduzione dei salari.
I sindacati: nessuna agitazione per aumenti di salari.
Il Tesoro: raddoppio delle spese per pubbliche costruzioni, da 248 a 423 milioni di dollari.
I grandi cantieri: nuove costruzioni navali transatlantiche per 200 milioni di dollari.
La Pennsylvania Railroad rivelò che dal 1930 avrebbe messo in costruzione «150 potenti elettro-locomotive al costo di 16 milioni di dollari».
La AT&T promise di aumentare le sue spese in infrastrutture a 600 milioni di dollari.
La United Gas di accrescere il suo impegno di 6,5 milioni.

Henry Ford, il grande costruttore d'auto, fu il solo a cogliere l'aspetto sistemico della crisi.
Prima di entrare dal presidente, disse ai giornalisti: «Primo: Le attività speculative hanno sottratto all'industria i cervelli di uomini che altrimenti starebbero lavorando a fare progetti migliori per i beni, e migliori metodi di manifattura e pianificazione, onde immettere più valore nei prodotti.
Secondo: il volume della produzione americana ha superato non la capacità del nostro popolo di consumare, ma il suo potere d'acquisto.
Di conseguenza, proporrò al presidente Hoover due misure.
Primo: o mettere più valore aggiunto nelle merci, o abbassare i loro prezzi al livello del loro attuale valore.
Secondo: un aumento generale dei livelli salariali» .
Abbassare i prezzi ed aumentare le paghe!
S'era mai sentita una simile eresia, nel capitalismo liberista?
Hoover rigettò la proposta: quella di Ford presupponeva che già fosse instaurata la depressione, ma Hoover riteneva che c'era solo «una minaccia di recessione».
La disoccupazione Sale?
D'accordo, ma sale anche in Germania, in Gran Bretagna...c'era tempo per gli estremi rimedi, per forzare la mano invisibile del mercato, per retribuire gli operai.
Ford tornò in fabbrica e di fatto aumentò le paghe dei suoi operai. Ma era solo, e non servì.

Nelle settimane seguenti, cominciarono a fallire le prime banche, e le altre furono assaltate dai risparmiatori ansiosi di ritirare i depositi.
La crisi bancaria cominciò a diventare crisi economica nel 1931. il numero dei disoccupati decuplicò nel 1933, passando da 1,5 a 15 milioni. Consumi, investimenti e produzione erano nel fondo del baratro.
Il Dow Jones, intanto, ha perso l'89% del suo valore: da 381 del settembre '29, l'indice tocca i 157 nel 1930, il 73 nel 1931 e 41 nel 1932.
Soffrono, finalmente, anche i ricchi. L'azione Goldman Sachs, passa da 104 dollari del 1929 a 1,75 nel 1932. General Motors scende da 1075 dollari a 40.
Il fondo d'investimento American Founders Group scende da 75 dollari a 75 cents.
I Vanderbilt perdono 40 milioni di dollari, J. P. Morgan tra 20 e 60, i Rockefeller l'80% del loro patrimonio.

Quando il presidente Roosevelt assume l'incarico, il suo primo atto è di ordinare la chiusura delle banche, ancora una volta prese d'assalto. Il suo New Deal promette una ripresa debole, nel 1937 si produce una ricaduta della crisi e della disoccupazione di massa.
Solo con l'entrata in guerra, nel 1941, l'America conosce di nuovo la ripresa produttiva e il pieno impiego.
Ma il Dow Jones risalirà al vertice che aveva raggiunto nel settembre 1929 soltanto nel novembre 1954.
I plutocrati dei mercati finanziari, che vantano la Borsa come il più acuto metodo per allocare con efficienza i capitali, volatilizzarono in fin dei conti 72 miliardi di dollari in tre anni, e devastarono l'economia reale più potente e il mercato reale più ricco.

Oggi, lo hanno rifatto.

Secondo me ci risiamo. Adesso possiamo pure indebitarci allegramente, se possiamo.

Tanto la stagflazione mangerà tutti i nostri risparmi ed i salari. Ed i debiti non si rimborseranno più....

17 marzo 2008 · Antonio Scognamiglio

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